Purity Ring – Shrines [Recensione]

Hip-hop/Future pop
4AD
2012

Un successo annunciato quello dei Purity Ring.
Dall’entusiasmo pitchforkiano per le prime tracce dell’estate scorsa ad oggi è passato un bel po’ di tempo ma il duo dietro questo pregevole capolavoro lo ha speso bene ultimando un esordio che segna un punto di arrivo per molti generi. 
Le anime di vari artisti degli ultimi anni confluiscono all’unisono in un solo elaborato, prendendo nuova forma e identità. La personalità delle tracce firmate dai Purity Ring è forte e così per ognuna di esse è facilmente riconoscibile la loro provenienza. Del resto chi era mai riuscito a fondere i metalli preziosi che compongono i capisaldi del dream pop (da quello colorato e lo-fi di Neon Indian a quello oscuro di Grimes), il pop svedese (The Knife su tutti) e l’hip hop più raffinato del momento (che trova nuova fonte d’ispirazione da ogni lavoro di Clams Casino)? Aggiungete qua e là una spruzzata di post-dubstep dell’esordio del capriccioso James Blake e il mix devastante è servito.

Le liriche criptiche e ipnotiche aprono spiragli di luce tra i suoni inquietanti che ci conducono da una traccia all’altra senza che quasi ce ne si accorga. Certo, l’offerta è molto uniforme, ma mai ripetitiva o fine a se stessa. Il tempo speso a preparare l’album tra le prime tracce ed ora non è stato certo sprecato e pur essendo un esordio, non c’è un singolo pezzo che sia superfluo o che si possa definire una filler. 
Tra le scale giapponesi di “Amenamy”, passando per i pezzi che fecero impazzire Pitchfork (“Fineshrine” e “Ungirthed”), sino all’ultimo singolo “Belispeak” tutto è un continuo rimando sia ad un ecosistema interno all’album, che ovviamente esterno, esibendo il debito che pagano nei confronti degli artisti a cui si ispirano e al tempo stesso mostrando un loro carattere peculiare, scevro di ogni tentativo di compiacere orde di hipster pronti, giustamente, a venerarli. 
Se per la prima volta volessimo su queste pagine usare il termine “swag” potremmo dire che i Purity Ring ne hanno da vendere, ma non sembra esserci una programmatica strategia per portare a termine questo compito: è uno di quei rari casi in cui il talento e lo stile si incontrano nel momento giusto. 
Shrine è senza alcuna ombra di dubbio uno degli esordi più interessanti dell’anno e si configura già prima della sua uscita come uno dei dischi che dominerà le classifiche della critica alla fine dell’anno. 
Il connubio di alcune istanze pop di successo e il superamento dell’estetica eighties usata troppo spesso in modo fin troppo superficiale sono le carte migliori che i Purity Ring hanno deciso di giocarsi sapientemente in un disco da ascoltare a più riprese per scovarne tutti gli antri oscuri che possiede.

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