Recensione: Soko – I Thought I Was An Alien

Indie Folk
Because Music
2012

Stéphanie Sokolinski, in arte Soko, è il nome di questa giovane cantante francese di origini polacche.
Nel 2007, con il suo primo EP, “Not Sokute“, si era guadagnata già una discreta fama in quel nord Europa (Danimarca e Belgio) che sembra sempre particolarmente recettivo quando si tratta di musica di artisti emergenti, quest’anno invece finalmente è uscito il suo LP di debutto, “I Thought I Was An Alien“.

I Thought I Was An Alien” è un’onesta e malinconica espressione del dolore legato alle pene d’amore, alla perdita di qualcuno e all’invecchiamento. Quest’album di debutto di Soko affronta in maniera così esplicita e chiara questi temi d’amore e solitudine da rendere l’ascolto impegnativo e intenso, nonostante la presenza ingannevole di una morbida strumentazione: su uno sfondo costruito con dolci colpi di violini, arpeggi delicati di chitarra e un morbido back beat, il vero soggetto delle canzoni di Soko sono i suoi bellissimi testi. 
Una registrazione attraverso la quale Soko assomiglia spesso alla britannica Laura Marling nei suoi brani più “spogliati” e intimi (“People Always Look Better In The Sun”, “For Marlon”) e più di una volta rischia di lasciarsi andare in fiumi di lacrime a metà canzone (“Treat Your Woman Right”, “Happy Hippie Birthday”). Le canzoni si Soko sono dolorose e, a quanto pare, questa è la sua terapia: “I Tought I Was An Aliensono 15 confessioni emotivamente strabordanti accompagnate prevalentemente solo da una chitarra acustica.
“No More Home, No More Love” canta, con un’acustica dalle venature fortemente folk, il suo sconforto malinconico della maturità forzata, la consapevolezza di non avere più una casa, una base in cui rifugiarsi. Una canzone semi-sussurrata che sembra raccontare una storia sulla perdita di fiducia, la perdita di se stessi dovuta ad una crescita inaspettata (“you’re way stronger when you’re younger, just have to learn it all again”).
“First Love Never Die” gioca su uno sconnesso back beat, in cui i ritmi lenti di una drum-machine si intrecciano con un semplice riff elettrico, ottenendo un effetto di spensieratezza (“I feel like walking, do you feel like coming? I feel like talking cause, it’s been a long time”). Racconta di due persone riunite felicemente, ma con la sensazione di fondo che qualcosa è cambiato, con quella triste malinconia legata alla crescita e ai cambiamenti (“something has changed, you’re almost a man, four years and i still cry sometimes, first love never die”). I testi intelligenti di SoKo affrontano direttamente i dolori di quella crescita che porta alla distanza da qualcuno che una volta si conosceva, una sensazione che suona familiare alla maggior parte degli ascoltatori.
“Don’t You Touch Me” inizia con una risonanza eco di riff di chitarra, che ricorda molto gli accordi di “Cross Bones Style” di Cat Power. La voce di Soko, partendo come un delicato sussurro, comincia a crescere splendidamente insieme alla musica e costruisce drammaticamente un bellissimo crescendo rock che sfocia in un pesante ritmo di batteria. Soko utilizza sapientemente il ritmo pesante di un tamburo per stimolare e sorprendere il suo pubblico, questo profondo contrasto con il resto dell’album è una rappresentazione significativa della sua rabbia e reazione al tocco del suo uomo.
Il suono di quest’album è indie-folk della vecchia scuola, completo di una drum machine vintage (“I Just Want To Make It New With You”), mantenendo l’album molto lo-fi nel complesso, Soko è riuscita a trasformare la sua musica del 2007, trovando un perfetto equilibrio tra la professionalità e un’estetica indipendente.
Forse 15 canzoni per un album come questo sono troppe e rischia di diventare monotono, ma “I Thought I Was An Alien” è comunque un ottimo debutto per questa talentuosa cantante francese, un album, perfetto da ascoltare in una domenica pomeriggio malinconica, che espone in modo esplicito le emozioni di Soko attraverso dei testi toccanti e intelligenti.



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