Tony Kaye
Drammatico
2011
Henry Barthes (Adrien Brody) viene presentato come “il miglior supplente tra gli insegnanti disoccupati” e ottiene un ruolo di un mese all’interno di un liceo in una di quelle zone periferiche statunitensi caratterizzate da un permeato degrado sociale, culturale ed economico. Gli studenti di questa scuola sono ragazzi violenti e ragazze succinte, figli e protagonisti di quel substrato sociale americano che porta al fallimento e all’ermarginazione, quell’ “80% della forza lavoro americana che si scorna per un impiego a salario minimo e li resterai per tutta la vita salvo che non ti rimpiazzi un computer” come viene definito dalla psicologa della scuola (Lucy Liu). Gli insegnanti vengono presentati come falliti che hanno scelto un “lavoro facile”, non professionisti con una vocazione o un interesse per la didattica, ma individui che trovano l’insegnamento “più allettante della prospettiva di guidare un camion per conto di qualcun’altro”.
In questo clima di dramma sociale, seguiamo il breve soggiorno presso la Queens High School di Henry Bathes che, come i suoi colleghi e studenti, nasconde i propri problemi a casa, con suo nonno in fin di vita e ormai senza senno ricoverato in ospedale, i segreti oscuri lasciati volutamente torbidi della sua infanzia, e una prostituta adolescente (Sami Gayle) recuperata dalla strada e portata nel suo appartamento. Henry è dipinto come un uomo con l’ossessione di aiutare le persone, evitando nel contempo di manifestare i propri problemi e il proprio dramma, come ci suggerisce il titolo del film, è un uomo distaccato che appare calmo e raccolto che scivola attraverso la vita di tutti i giorni, ma i suoi oscuri segreti e un violento odio verso se stesso sono sempre latenti appena sotto la superficie.
Un film, questo nuovo di Tony Kaye (“American History X“), che dunque è sì una forte critica al sistema scolastico americano (e non solo forse) ma attraversa in modo più complesso un dramma più ampio, condiviso ugualmente da tutti i personaggi, un dramma che sembra essere insito nella vita stessa. Una pellicola che nei temi e nelle idee non ha niente di nuovo o originale, ma che grazie al vezzo artistico della regia di Kaye e alla sceneggiatura di Carl Lund raggiunge un risultato efficace, a tratti affascinante a tratti irritante.
Kaye ha impiegato ogni abbellimento visivo possibile per portare in vita il mondo che voleva raccontare: violente allegoriche animazioni sulla lavagna, astratte sequenze oniriche dei flashback dalla saturazione cromatica vintage e inserti da documentario punteggiano il racconto, mentre le scene di dialogo sono accuratamente incorniciate e consapevolmente modificate.
Un bel prodotto di una bella regia che si avvalora anche di un cast d’eccezione: una giovane e bravissima Sami Gayle riesce a dare perfetta luce e profondità al suo personaggio di giovane prostituta senza speranze; una, come sempre, bravissima Marcia Gay Harden; e infine un Adrien Broody che, dopo un decennio piuttosto sotto tono, torna a dimostrare le sue doti recitative e ad affermarsi come “bravo attore”.


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