Neo-psychedelia / Experimental rock
Domino
2012
Vi chiedo scusa in anticipo, ma non ho potuto farne a meno…
C’era una volta un Collettivo Animale che si manifestò all’uomo per la nona volta in 12 anni e questa volta decise di farlo col botto. Si presentarono con un trip tribale, colorato, acido, organico, pulsante, quasi vivo.
La canzone festosa si materializzò e divenne una bestia feroce che mangiò il cervello degli astanti, finché improvvisamente la sua testa divenne un televisore che risucchiò tutti i rimanenti in una dimensione parallela.
Lì tutti rinacquero in una nuova festosa forma di vita sgargiante e instabile, libera di dare sfogo ad ogni impulso e follia: fu un giorno soprannaturale. Quando l’euforia si esaurì andarono tutti a fare una scampagnata a base di acidi e funghi allucinogeni indigeribili: conati di vomito arcobaleno fuoriuscirono da ogni orifizio delle creature. Nel vomito c’erano anche però dei semi da cui nacquero i frutti più belli e succulenti che qualsiasi creatura avesse mai visto. Tutti concordarono nel considerare il succo di questi frutti la leccornia più prelibata mai assaggiata, nonché la manifestazione concreta della superiorità di tutto il Collettivo Animale (da cui tutto, ricordiamo, ebbe inizio). Dopo un solo assaggio ascesero ad un nuovo stadio evolutivo, simili a semidei e forti come dei super-eroi. Uno di loro cantò per la prima volta su una composizione ipnotica e cantò di un occhio selvaggio capace di stregare anche i parassiti. Ammaliati, improvvisamente fu tutta una festa caraibica retrò delle medie a cui ognuno ballò seguendo idoli immaginari tanto potenti quanto pacchiani. Le energie abbandonarono i super-eroi e tutto sfumò in un nero impenetrabile.
Voci dal sottosuono anticiparono rumori elettrici di una città invivibile in cui andarono a stanziarsi senza speranza. I disturbi non tardarono a giungere e divennero sempre più crescenti e armoniosi tra loro. Ciò che ne venne fuori fu inspiegabile: la sinfonia di disturbi divenne anch’essa reale, personificandosi in un capriolo fluo. Agile, ma in decomposizione, l’animale si allontanò lasciandosi alle spalle dei lavoratori esausti nelle fabbriche giapponesi, che all’epoca erano un dedalo di suoni e luci in cui gli operai correvano come scimmie arricchite a lungo, più a lungo e più faticosamente di quanto avesse mai fatto il Collettivo Animale. C’era chi, come era lecito aspettarsi, cercava di ribellarsi e uscire da quel posto speciale, ma l’Uomo di Mercurio glielo impediva. Con i suoi velocissimi tentacoli sonori riempiva le teste e le orecchie degli operai con infiniti rumori organici mitragliati. Era evidente il bisogno dell’Uomo di Mercurio di esibirsi scioltamente su un palco, era stato creato per quello, ne era certo. Soltanto così l’avrebbe raggiunta.
Un bel giorno però la bellissima principessa cinese Amanita lo portò via da lì con una carrucola e gli mostrò tutti gli animali selvatici che vivano fuori dalla città e si rese conto di essere in un posto altro e sconosciuto, un territorio vergine, colorato, distorto dalla percezione erronea che ne possiamo avere noi. Il cuore digitale iniziò a battergli sempre più velocemente, fin quasi a esplodergli in gola. Amanita lo invitò a festeggiare per l’ottava volta il potentissimo Collettivo Animale e la sua incredibile maturazione e definitiva ascesa al pantheon galattico delle rock star.


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