Dead Can Dance – Anastasis [Recensione]

World music/Ethnic fusion
PIAS
2012

A 16 anni di distanza dal loro ultimo album Spiritchaser, l’inglese Brendan Perry e l’australiana Lisa Gerrard, meglio conosciuti con il nome di Dead Can Dance, tornano sulla scena musicale con il loro ottavo album in studio Anastasis.
I membri del duo anglo-australiano hanno intrapreso carriere soliste divergenti dopo il loro scioglimento nel 1998: Perry ha adottato un approccio musicale piuttosto semplicistico, rilasciando due LP e la registrazione di diverse cover di Tim Buckley; la Gerrard, invece, ha dedicato molto del suo tempo alla collaborazione di colonne sonore (impegno che l’ha condotta alla vittoria, insieme ad Hans Zimmer, del Golden Globe per “Il Gladiatore” nel 2000).


Anastasis suona più come un prolungamento delle due carriere soliste che una continuazione del percorso musicale dei Dead Can Dance. Questo perché sia ​​Perry che la Gerrard sono cresciuti sia letteralmente che metaforicamente, le loro voci hanno subito un’evoluzione e un cambiamento che ha spinto la loro musica in direzioni nuove ed intriganti.

Il brano d’apertura, “Children Of The Sun”, con i suoi introduttivi fasci di synth mette in scena un ampio schermo sonoro che utilizza un fondo oceanico elettronico come base per una strumentazione ricca e variegata con tocchi di corni, e tastiere dal suono di clavicembali, mentre la  precisa e sempre avvolgente voce baritonale di Perry fluttua sulla base musicale (“We are ancient / As ancient as the sun / We came from the ocean / Once our ancestral home”).
Quando inizia “Anabasis” la voce di Lisa Gerrard è la vera protagonista, eterea, soave ed estremamente eclettica, le corde vocali del contralto australiano sembrano far vibrare con la loro grazie le corde mediorientali e le percussioni indiane che compongono la base musicale di questo esotico brano.
Come i vecchi album dei Dead Can Dance, anche in questo nuovo “Anastasis” i riferimenti e le citazioni sono sempre intelligente e piuttosto ricercate. Come suona evidente al primo ascolto, la musica di questo album risente dell’influenza musicale delle aree medio-orientali del Mediterraneo, della Grecia , della Turchia e del Nord Africa. Così dai ritmi di percussioni turche di “Agape” si passa alla base elettronica di “Kiko” sulla quale sembrano riecheggiare le corde pizzicate di un Yueqin cinese insieme a un Kemanche turco.
“Opium”, con umidi ed echeggianti battiti e ronzii di tastiera inquadra perfettamente il disperato testo. “Return Of The She-King”, che riprende la cultura e la muisca celtiche, è un esempio eccezionale della bravura musicale e canora dei Dead Can Dance, un dialogo senza testi tra un baritono e un contralto.

Le “reunions” sono sempre tentativi difficili, ma i Dead Can Dance non si sono scoraggiati e, in un’ industria discografica piuttosto in crisi, il loro obbiettivo è stato quello di realizzare musica che contenesse influenze proveniente da diverse parti del mondo, la cosiddetta “world music”, cercando di esplorare a loro modo quel tipo di musica a cui sono affezionati. E, bisogna ammetterlo, il risultato è un album preciso e avvolgente in cui ogni sfumatura è nitida e curata al dettaglio. 

Questo Anastasis sembra il tentativo dei Dead Can Dance di “predicare ai convertiti”, a chi ha abbracciato in passato le tendenze gotiche della band, cercando di volgere il loro sguardo verso l’apprezzamento della storia di una musica diversa. Anastasis è un album pensato per i fan di lunga data che però risulta perfettamente accessibile anche ai nuovi ascoltatori.

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