Pop-Rock
Warner
2012
Cosa succede ad una band quando diventa popolare a livello planetario? Due ipotesi mi vengono in mente così, su due piedi: o mantengono un certo livello di qualità ed ogni prodotto è sacro (vedi i Radiohead) oppure incorrono, chi più chi meno, nello screditamento: questo è il caso dei Muse, giunti al sesto album della loro carriera privi di alcuna ispirazione, ma anzi costretti a imitare sé stessi e altri grandi della storia, quali i Queen, gli U2.
Non perdono tempo i tre di Teignmouth: l’attacco con “Supremacy” è pacchiano (come del resto ci si aspetta da loro) con la sua rock opera trash, già parodia di sé stessi, ma tutto sommato rasenta la decenza.
“Madness” è già in heavy rotation da settimane ed è quel compromesso tra orecchiabilità e synth pop che i Muse avevano già messo in mostra con “Undisclosed Desires”.
“Panic Station”, senza di dubbio il prossimo super singolo di successo della band, è un bell’azzardo funk-pop che centra in pieno il bersaglio e nel contesto in cui si inseriscono i Muse attualmente è quanto di meglio possano fare, con tanto di trombe a chiudere il quadro (anche se all’inizio non si può far a meno di pensare a “Another One Bites The Dust”).
Del resto dell’album ben poco si salva: apprezziamo lo sforzo svolto da Rodrigo D’Erasmo per il violino di “Prelude”, ma ciò che ne segue è a dir poco osceno: sempre più determinati a copiare spudoratamente i Queen, i Muse hanno scritto una canzone per le Olimpiadi che, non solo non ha avuto il successo sperato, ma costituisce anche uno strambo connubio tra ciò per cui i Muse erano famosi un tempo e ciò per cui lo sono ora.
Il problema di “Follow Me” poi non è certo il battito del cuore del figlio di Bellamy all’inizio, ma la soluzione post-rock e dubstep adottata dalla band che per noi italiani ricorda molto da vicino quanto gli Aucan hanno messo insieme per il loro splendido Black Rainbow, con però tutt’altri risultati. La prossima volta se registrano di nuovo nello studio di Como potrebbero anche dare un colpo di telefono al trio bresciano.
Chi avesse nostalgia dei Muse di una volta può consolarsi con “Animals”, unico pezzo di tutto il disco ad avere un suo perché, andando a ripescare quel che sono stati un tempo.
E poi c’è il nulla, il vuoto più totale.
Tre ballate in un crescendo di noia e banalità e le due strumentali finali che non hanno nulla a che vedere con le tre “Exogenesis” di The Resistance, ma forse neanche con la decenza.
A nulla serve neanche il concept politico, che suona più populista che popolare, né tanto meno la scelta di far cantare alcuni pezzi al bassista.
La parabola discendente dei Muse, iniziata con Absolution, manifestatasi con Black Holes and Revelations ed esplosa con The Resistance, trova qui in The 2nd Law il suo punto più basso.
Con ogni probabilità, un punto di non ritorno.


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