Warp
2012
Si esce vivi dai meandri più oscuri ed estremi dell’hip-hop? Flying Lotus con i suoi due album, Los Angels e sopratutto Cosmogramma, ha fatto il miracolo: pur mantenendo un’impostazione di partenza piuttosto black, è atterrato in lidi lontani e sperimentali fatti di suoni elettronici impossibili e improbabili.
In particolare “Cosmogramma” aveva colpito per la sua ecletticità e totale schizofrenia lucida, suscitando spesso quasi l’impressione di una costante improvvisazione. Due anni dopo Until The Quiet Comes subisce le dovute aspettative del caso dopo tanto clamore e non le delude affatto, anche se forse non è esattamente quel che ci si sarebbe aspettato.
Flying Lotus infatti pone un freno e mette il guinzaglio alla sua follia senza limiti e Until The Quiet Comes suona come un Cosmogramma sotto ansiolitici, sedato e messa a cuccia. Certo, la potenza è nulla senza il controllo ci ricorda uno spot d’altri tempi, è infatti questo nuovo album non è certo inferiore a qualsiasi altra cosa sentita precedentemente. E’ solo diverso.
“All In” sorprende con la sua lounge, ma ha un cuore ansiogeno, ansia sviluppata poi nella compulsiva “Getting There”, vero trip black tra i sobborghi più oscuri delle periferie californiane.
Anche nei momenti più tribali, come in “Heave(n)”, le venature lounge sono ben presenti, ma man mano che si procede sono poi cavalcate da qualsiasi altra cosa.
“Tiny Torture”, tanto per capirci è quel capriccio oscuro che non ti aspetti, delicato e macabro quanto potevano esserlo soltanto le tracce di Ghosts I-IV dei Nine Inch Nails, lo stesso vale per il feat. con Thom Yorke “Electric Candyman”.
Non mancano momenti “classicamente” wonky del panorama odierno, come “Sultan’s Request”, parentesi a dire il vero leggermente trascurabile sopratutto se seguita da uno dei pezzi migliori del disco: quella “Putty Boy Strut”, che grazie anche ad uno dei video animati più belli di sempre, è già un classico. Robottosità tenera e ossessiva che si rincorre per i tre minuti più interessanti del disco, in un gioco di continue variazioni e aperture, ma finché non arriva quella pace attesa nel titolo, c’è tempo per una title track tiratissima.
Si fa spazio anche la house tamarrissima, ma non è purtroppo “Do The Astral Plane”, ad oggi ancora imbattuta su tutto il fronte del Loto Volante. Non si fa mancare all’appello anche uno spruzzo di jazz in “Only If You Wanna”, mentre ai confini più dilatati del trip-hop c’è un altro feat. con Niki Randa, “Hunger.
Atmosfere più tranquille quindi, ma sempre cariche di quella fantasia e quell’estro che l’han reso “celebre”. Until The Quiet Comes è un album scritto con l’autopilota, sia nel senso che restituisce sempre un senso di controllo e calibrazione senza precedenti nella discografia dell’artista, ma anche nella sensazione che Flying Lotus di album così potrebbe sfornarne uno al mese.
Missione compiuta ad ogni modo, tutti soddisfatti, l’attesa è finita. Andate in pace.
Lascia un commento