Bat for Lashes – The Haunted Man [Recensione]

Art-pop 
Parlophone 
2012 
Natasha, Natasha. Hai tagliato i capelli. Al tuo terzo album. Proprio come qualcun’altra nel 1998. Una che per altro ti somiglia molto. L’album della consacrazione si dice. No. Il tuo album della consacrazione è già arrivato e ne sono seguiti altri due. Non abbiamo mica bisogno di conferme noi. Tutto quello che devi fare, e che hai fatto, è evolverti. Cambiare secondo la tua necessità espressiva. E quindi dicevo, hai tagliato i capelli, e come dici tu, non è per un qualche motivo in particolare, tutte le donne a un certo punto prendono e zacchete. Eppure questo cambio d’immagine non mi sembra fine a se stesso, si è riflesso nella musica. Ti sei pulita, lavata dalla pittura in faccia, dai cerchietti tribali, dai veli svolazzanti, dal piumaggio che in qualche modo trovava sempre dove starti addosso. Dov’è la Natasha tetra e drammatica che caratterizzava e ha reso celebre Bat For Lashes con i precedenti dischi? Boh, non c’è. È questo un male? Certo che no. C’è una Natasha nuova adesso, maturata dopo un vuoto artistico, è più sobria e limpida. Non per questo luminosa, i chiaroscuri sono ancora una forte dominante dell’immagine e della musica.

Questo disco, The Haunted Man è privo di quell’atmosfera sciamanica che permeava Fur & Gold e Two Suns. È un disco più caldo e razionale, finemente arrangiato e soprattutto più eterogeneo. Certo, un’aura d’esoterismo è stata mantenuta in brani quali “Horses of the Sun”, “Oh Yeah” e “Winter Fields”, ma a fare da vera padrona in questo album è una ritrovata felicità, subito messa in gioco nell’apripista “Lilies”, in cui Natasha canta – urla, esulta – “Thank God I’m alive!”, una positività inaspettata che si riscontra anche nella radiofonica “A Wall” (Where you see a wall I see a door), radiofonia che permea un po’ tutto il disco e comprende il singolo “All Your Gold”, l’inno pop “Rest Your Head” e la dolcissima “Marilyn”. Ciononostante non mancano incursioni intimiste annunciate con largo anticipo da uno dei pezzi forti dell’album: “Laura”, per soli pianoforte e sezione di fiati ad accompagnare una melodia che diventa classico già dal primo ascolto. Una raffinatezza non altrettanto terrena la si riscontra nella title track, una piccola opera divisa in tre atti, il secondo dei quali affidato ad un coro druidico, preceduto da un’intro e seguito da un finale esplosivo. Il disco si conclude con l’ammaliante “Deep Sea Diver”, che incede lentamente per evolversi in un finale mistico.
Insomma, Natasha se ne sta lì, senza veli e senza Phothoshop, con ognuno di noi ascoltatori, sulle sue spalle che ne siamo vinti e stregati, ora che anche questo terzo album si è affermato come uno dei sommi manifesti del cantautorato contemporaneo al femmine post Kate Bush.

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