Bernardo Bertolucci
Drammatico
2012
Io e te segna il ritorno al lungometraggio di uno dei più grandi cineasti della storia; a nove anni da The Dreamers – I sognatori, Bernardo Bertolucci torna al cinema e per farlo decide di raccontare di nuovo la storia di due fratelli.
Quello che colpisce subito di Io e te sono gli attori scelti da Bertolucci. È raro imbattersi in veri adolescenti al cinema: la loro bruttezza adolescenziale, i brufoli che li deturpano, i baffetti appena accennati e le voci irritanti ancora a metà strada tra l’infanzia e la maturità sono caratteristiche insolite per noi abituati ai Dawson Casting (attori venticinquenni che interpretano ragazzi con dieci anni in meno di loro). Allo stesso modo anche da un punto di vista della costruzione del personaggio non abbiamo adolescenti contemporanei con forzate passioni per cose che potrebbero interessare i loro padri come accade spesso nel cinema italiano (Gaglianone, Salvatores, ecc.): qui il protagonista legge Anne Rice e ascolta Arcade Fire, Muse e Red Hot Chili Peppers, mentre la sorella più adulta e con velleità artistiche ascolta David Bowie. Anche l’uso dei cellulari e della tecnologia è ben ancorato nel presente risultando funzionale al racconto e ben applicato.
Già il solo avere dei personaggi così ben costruiti rende il racconto più immediato, qualità essenziale in un racconto così intimo. Una vicenda che si svolge in sette giorni all’interno di una cantina avrebbe potuto facilmente annoiare, mentre invece Bertolucci riesce a farci appassionare alla vita dei due protagonisti, che di base non hanno nulla di particolarmente interessante (anzi Olivia tende ad essere un personaggio irritante), così come riesce a creare momenti poetici del tutto inaspettati. Con la sua regia elegante si sofferma a squadrare i corpi (nudi e vestiti) dei protagonisti senza mai puntare all’erotico come accade di solito nel suo cinema, ma mostrando invece con delicatezza le debolezze dei suoi personaggi.
Uno dei punti più poetici del film arriva con la scena di ballo (una costante del cinema di Bertolucci) tra i due fratelli, sulle note di Space Oddity di David Bowie, qui nella sua versione italiana, il cui banale testo di Mogol viene elevato dalla poesia delle immagini.
Nel finale, che cita I quattrocento colpi di François Truffaut, vediamo i personaggi che, per quanto cambiati da questa esperienza, si lasciano nell’incertezza sui loro rispettivi futuri.
Un piccolo film, che probabilmente non diventerà un cult come The Dreamers ma che ci fa ritrovare un grande artista ancora capace di emozionare e che riesce, nonostante l’età, ad essere ancora attuale più di quanto non lo siano suoi colleghi più giovani.


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