Trip-hop / Elettronica.
Columbia.
2012
Difficile valutare questo secondo Ep degli How destroy angels_.
Trent Reznor aveva promesso qualcosa di profondamente diverso, ma è stato solo in parte così. Il confine entro cui si possono ascrivere questi 6 pezzi è sempre quello dello stile di Ghosts I-IV che, con l’eccezione di The Slip, caratterizza la produzione Reznor-Ross da ormai 5 anni (con gli ottimi risultati della raccolta spettrale e della colonna sonora di The Social Network).
Quindi per quanto ci siano delle lievi differenze, questo An Omen Ep risulta essere ancora una versione al femminile dei NIN, leggermente più trip-hop, ma mai nulla di alieno ai fan di vecchia data di Trent Reznor. Come ogni lavoro svolto con l’autopilota quindi si tratta di un Ep senza infamia e senza lode, con pochi spunti interessanti, ma mai banale.
Il primo singolo, “Keep it together”, col suo oscuro trip-hop, stenta a decollare: ci si aspetta sempre qualcosa che non arriva. “On the wing”, con le voci di Mariqueen e Trent sommerse nelle sonorità compulsive, è uno dei momenti meglio riusciti dell’Ep. “Ice Age” è l’unico pezzo che lascia sbigottiti per quanto non sembri nulla di appartenente alla discografia Reznor, anche se un orecchio attento proverà una certa nostalgia per l’era di The Fragile (la cui revisione in questi anni e mai pubblicata, almeno al momento, deve aver sicuramente influenzato il pezzo). Degna di nota è ancora “The loop closes”, un po’ tamarra, ma almeno carismatica, mentre sono del tutto trascurabili la pretenziosa, già solo dal titolo, ed oniricamente delicata “The sleep of reason produce monsters” e la finale e industrialissima “Speaking in tounges”.
In cerca di un’identità precisa, gli How to destroy angels_ continuano a navigare in territori familiari, andando sul sicuro con una produzione sempre curatissima e a livelli irrangiungibili per i comuni mortali. La sostanza però, cioè quel che conta davvero, è ben lontana dall’essere degna di nota, sia nel panorama musicale attuale che sopratutto in confronto al resto dei lavori di Trent Reznor, la cui direzione artistica pesa ancora moltissimo, a scapito dell’identità della band.

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