Interscope/Polydor
Boring pop
2012
Questa uscita di Lana Del Rey ci ricorda molto da vicino un altro caso abbastanza recente, ovvero quel The Fame Monster di sua maestà del pop attuale Lady Gaga. Monster fu la mossa giusta al momento giusto: un Ep di 8 canzoni che servirono per cavalcare l’onda del successo avuto con The Fame, mantenendo quindi alto l’interesse sull’artista e al contempo dimostrando che avesse qualcosa in più da dire rispetto a pezzi imbarazzanti come “Eh, Eh (Nothing Else I Can Say)”. Il compito venne centrato in pieno e alcuni dei più famosi pezzi delle Germanotta sono proprio tratti da Monster (“Bad Romance” e “Telephone”).
Innanzitutto i presupposti sono diversi: l’hype dietro il suo Born To Die è sceso troppo in fretta, più del previsto sicuramente e si parlava già di un ritiro dalle scene. Questo Paradise sembra quindi più una mano di uno zombie fuori da una bara, che un colpo di coda per mantenere la corona di regina del pop lascivo e soporifero. Ma non è solo il presupposto ad essere diverso: purtroppo anche la qualità dei brani non mostra alcun passo in avanti rispetto ai brani di Born To Die, che per quanto potessero essere orecchiabili ed in grado di ficcarsi nel cervello, mostravano sin da subito la necessità di un cambiamento al secondo giro.
Si inizia quindi con “Ride” che si mantiene, nel bene e nel male, al livello di Born to Die, passando poi per una “American” in cui l’Adelite si fa sempre più pesante. L’assenza di carattere poi si manifesta con “Cola”: c’è un clone per ogni pezzo valido di Born To Die, ed ecco arrivare quindi il turno di “Dark Paradise”.
Non tutto è da buttare, come sembra voler dimostrare l’atmosferica “Body Electric”, ma ci pensa “Blu Velvet” a farci ricredere: la lagna definitiva, priva di alcun carattere. E’ poi ancor più grave in un Ep di sole 8 canzoni ritrovarsi un pezzo come “Gods & Monsters” in cui regna il vuoto cosmico ed è quasi impossibile accorgersi del cambio di traccia se non si ascolta molto attentamente il disco, per non parlare di “Yayo”, utile solo a costruire un’immagine, ma in sostanza un blues da quattro soldi.
Se si ha la forza di arrivare alla fine però c’è “Bel Air”, che con un po’ di pathos si conquista (facilmente) il titolo di miglior pezzo del disco, ma di certo non basta per risollevare le sorti dell’Ep.
Questa minestra riscaldata rimpolperà le scalette del tour in partenza e farà discutere forse giusto il tempo di un video o due, ma non riuscirà a richiamare l’attenzione come fece Born To Die. Lana Del Rey dovrebbe arrendersi all’idea che senza un minimo di sostanza non può andare avanti: abbiamo capito quali sono i suoi punti di riferimento, quali sono i suoi gusti musicali e cinematografici, ora però è arrivato il momento di metterci qualcosa di suo.


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