Regia di Lana e Andy Wachowski e Tom Tykwer
Fantascienza
2012
Galeotto fu quel film (V per Vendetta) e quell’attrice che sul set (Natalie Portman) passò il romanzo “L’atlante delle nuvole” a Lana Wachowski. Da quel lontano 2005 sono passati sette anni e ben tre sono stati spesi per la realizzazione di questo ambizioso progetto.
In controtendenza con certe mode Jacksoniane di sbrodolare romanzi in trilogie, i Wachowski condensano in tre ore di pellicola un romanzo composto da sei storie parallele. Come se una sfida del genere non fosse già abbastanza audace, ribaltano anche la struttura stessa del romanzo che introduce ogni storia fino a metà del suo percorso e che poi dalla sesta (narrata per intero) riprende a ritroso le altre cinque, fino al completamento di tutte. I Wachowski, grazie ad un montaggio fluido e a dir poco geniale, balzano con sapiente maestria da una vicenda all’altra, senza alcun trauma narrativo per lo spettatore. Sembra impossibile, ma è davvero difficile annoiarsi anche solo un secondo per tutte le tre ore del film e nonostante il disegno generale inizi ad apparire chiaro solo dopo la seconda metà, il messaggio di libertà, coraggio e interconnessione è chiaro sin dall’inizio.
Ognuna delle sei storie è collegata in qualche modo alla precedente: il ricco Adam Ewing nel 1839 aiuta lo schiavo Autua a liberarsi durante l’attraversata dell’oceano Pacifico. Il romanzo di quest’avventura intrattiene nel 1936 il giovane Robert Frobisher mentre lavora come copista per il compositore Vyvyan Ayris e compone nel tempo libero il “Cloud Atlas Sextet”. L’amante di Robert è un fisico nucleare che nel 1972 aiuta una giornalista a sventare, dopo rocamboleschi eventi, un pericoloso incidente ambientale. La storia di questo scandalo, scritta da un ragazzino amico della giornalista, viene letta da un editore, che per uno scherzo del fratello viene “imprigionato” nel 2012 in uno ospizio. La fuga del vecchio editore ispirerà un film che scuoterà gli animi di una giovane cameriera replicante di Neo Seul nel 2144, la cui ribellione porrà fine al mondo come lo si conosceva fino a quel momento. La figura di Sonmi-451, la cameriera di Neo Seul, verrà divinizzata dalle primitive popolazioni della Terra post-apocalittica, alle prese con la ricerca di una nuova vita.
Ogni storia è raccontata con gli stessi attori che interpretano, più che personaggi diversi, diverse incarnazioni della stesso personaggio. Non si tratta di un eterno di ritorno, quanto più di una continua evoluzione in cui atti criminosi e di gentilezza influenzano il futuro, in cui tutto è connesso e in cui le uniche costanti sono la ricerca della libertà e il coraggio necessario per perseguirla. Magistrale il lavoro sui costumi e sul trucco che rendono irriconoscibile ad esempio Hugh Grant nel ruolo del feroce cannibale del futuro post-apocalittico e fanno di Tom Hanks uno zotico scrittore nel 2012, per non citare i mille volti di Hugo Weaving (da infermiera di ferro a demone della coscienza, da killer spietato a burocrate del futuro), qui forse all’apice della sua carriera.
Sei storie diverse sono anche sei modi di raccontare qualcosa in modo differente, ed ecco quindi offrirsi l’occasione per creare una sorta di omaggio a sei generi diversi, dal film d’avventura a quello drammatico, dalla fantascienza al thriller, senza dimenticare la commedia inglese. Come se tutto ciò non fosse abbastanza ogni storia ha i suoi sotto-argomenti, che spaziano dalla schiavitù all’ambiente, dalla senilità all’omosessualità.
Ogni pezzo trova quindi il suo posto, ogni personaggio è la risultante di atti perduti nello scorrere del tempo, come una sinfonia in sei parti che inconsapevolmente produce una meravigliosa melodia, come un atlante delle nuvole: impossibile ed affascinante.
I fratelli Wachowski e Tom Tykwer hanno deciso di rischiare molto, ma hanno vinto la scommessa grazie un comparto tecnico eccellente (sopratutto fotografia, montaggio e costumi) ed una struttura narrativa audace che farà di questo film un culto negli anni a venire.


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