Zero Dark Thirty [Recensione]

Kathryn Bigelow
Guerra
2012

Qualche anno fa Kathryn Bigelow è entrata nella storia; è stata la prima donna a vincere un Oscar per la migliore regia grazie al film The Hurt Locker. Nonostante il record raggiunto sia senz’altro positivo, lo stesso non si può dire del film. Presentato in concorso al festival di Venezia da cui uscì a mani vuote racimolando tiepidi giudizi, è stato un flop ai botteghini di mezzo mondo finché non è approdato in America dove, adorato dalla critica, è riuscito a trionfare agli oscar.

Una vittoria storica di un’autrice amata per il suo cinema di genere tra Il buio si avvicina e Strange Days, ma uno dei suoi film meno interessanti.

Le attese intorno a Zero Dark Thirtyerano alte quindi, anche per il tema che ha deciso di trattare: la cattura di Bin Laden. Argomento controverso, anche perché al di fuori dell’America la notizia non ha convinto quasi nessuno.
Da una foto approdata in rete del cadavere di Bin Laden (che nel giro di pochi minuti si scoprì essere un fotomontaggio) a una dichiarazione ufficiale secondo cui il cadavere del terrorista era stato sepolto in mare e nessuna foto sia stata scattata. Insomma come siano andate veramente le cose non lo sapremo mai, quindi è un po’ difficile prendere sul serio la frase di apertura del film che ci informa che quello che stiamo per vedere è basato su informazioni ricevute dagli stessi che hanno preso parte all’operazione.
Fatta questa lunga premessa e guardando Zero Dark Thirty senza porsi domande sull’autenticità dei fatti narrati ci si trova di fronte ad un film di gran lunga superiore a The Hurt Locker e ad uno dei migliori film della carriera di Kathryn Bigelow.
Una ricerca senza sosta da parte della protagonista, Maya, che dell’obiettivo di catturare Bin Laden fa la ragione della sua vita a costo di sacrificare ogni altra cosa, fino a diventare un’ossessione capace di svuotare un essere umano. Maya è un personaggio incredibilmente interessante e arricchito dalla prova eccellente di Jessica Chastain, meritevole come non mai dell’oscar per la sua interpretazione.
La Bigelow affronta l’argomento con la violenza necessaria, senza ammorbidire i toni, mostrando la crudezza della tortura (e la sua inutilità ai fini della ricerca) e ritraendo la caccia in modo tutt’altro che eroico e adrenalinico. Tolti i pochi minuti del raid nel bunker di Osama Bin Laden il resto del film si divide tra uffici, interrogatori (più o meno legittimi), pedinamenti e ricerche. Non per questo il film risulta noioso, ma anzi riesce a mantenere salda l’attenzione senza far pesare la sua lunghezza.
Il lavoro di montaggio è ottimo e insieme alla perfetta colonna sonora di Desplat arricchisce il film dell’imponenza necessaria.
La Bigelow fa un film degno del suo talento e del premio oscar proprio nell’anno in cui non viene nemmeno nominata per la regia.

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