How to destroy angels_ – Welcome Oblivion [Recensione + Streaming]

Dark synth pop
Columbia
2013
Streaming

Dopo tre anni dall’inizio di questo improbabile progetto, finalmente arriva il primo album degli How to destroy angels_, l’avventura pop intrapresa da Trent Reznor, la moglie Mariqueen Maanding e i collaboratori storici Atticus Ross e Rob Sheridan. Se il primo Ep omonimo non si era distanziato di molto dalla consolidata formula adottata dal progetto Nine Inch Nails, il recente Ep An Omen e questo disco si slegano, in parte da una certa linea di pensiero per approdare su lidi decisamente più accessibili, senza per questo rinunciare alla solidità garantita da un qualsiasi prodotto a marchio Reznor. 

Ovviamente non si tratta di un lavoro interamente imprevedibile: i suoni usati dai quattro sono tranquillamente stati già sperimentati in Year Zero e nelle due colonne sonore per The Social Network e Millennium. In particolare proprio l’album del main project del 2007 sembra essere il parente più stretto di questo nuovo parto votato al pop e dalle ispirazioni leggermente black.
Si inizia con “The Wake-up”, classica intro breve e ruggente che parebbe esser prodotta dagli Sleigh Bells: e invece è no, è un nuovo Reznor, decisamente imprevisto. Si passa poi per la già conosciuta e apprezzata “Keep it together” e il suo trip-hop non di prima scelta, ma ugualmente ipnotico. 
Il disco si alterna poi tra momenti più incisivi e distorti come “And the sky began to scream” e la title track e derive pop come “Too late, all gone”, “Strings and attractors” e l’esagerazione di “How Long?”, degno di una Jojo qualsiasi. Oltre al primo singolo, tornano da An Omen anche “Ice Age”, un riuscitissimo esperimento di country dark, e “On the Wing”.
Una piacevole sorpresa attende i fan italiani dei Nin in “We fade away” che vanta la collaborazione del nostrano (e bravissimo) Alessandro Cortini, il quale conferisce al pezzo un’aura eterea ed eterna, come in un loop sospeso nel tempo. E a proposito di loop, tra le tre tracce finali ci sentiamo di salvare solo la martellante “The loop closes”, trascurando il palese scarto dalle colonne sonore di “Recursive self-improvement” e la vuota “Hallowed ground”.
Sul fronte delle liriche si segnalano le solite tematiche esistenziali-deprimenti e i riferimenti alla società corrotta, con il solito pessimismo che ci si potrebbe giustamente aspettare. Un nodo che finalmente viene al pettine e sul quale i più maligni insistevano è la voce della cantante principale, Mariqueen Maanding: diciamocelo subito, non è certo Beth Gibbons, ma svolge egregiamente il suo dovere tra improbabili rap, pezzi super pop e urla disperate ereditate dal coniuge. 
Le aspettative dopo un paio di singoli sbagliati (o comunque non molto convincenti) erano bassissime, ma Trent & co tirano fuori dal cappello un disco dal sound vario ma coeso, una naturale evoluzione di più percorsi che sembrano convergere verso un prodotto non originale, ma sicuramente ben curato e strutturato. 

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