Il grande e potente Oz [Recensione]

Sam Raimi
Fantastico
2013

Il successo di Alice in Wonderland di Tim Burton ha aperto le porte ad un vero proprio filone cinematografico (e non) che vede le favole approdare sul grande schermo in versione più modernizzata e in chiave action-movie rispetto a quanto eravamo abituati. Dopo Alice sono arrivati Hansel e Gretel, due Biancaneve (tre se contiamo quella spagnola o quattro se prendiamo in considerazione anche la serie tv C’era una volta), Cappuccetto rosso e Jack e il fagiolo magico. Non poteva così mancare all’appello anche il mago di Oz.
Seguendo in modo sistematico i passi che hanno portato al successo Alice, la Disney chiama un regista fuori dagli schemi, mette insieme un budget colossale e riutilizza una storia praticamente uguale a quella vista solo tre anni prima nel film di Burton.
I punti in comune tra il film di Raimi e quello di Burton si sprecano: un protagonista in fuga che finisce in un mondo fantastico, profezie che indicano l’arrivo di un eroe, conflitti tra una regina cattiva sul trono e una buona mandata in esilio in un castello disneyano, eccetera eccetera.
Una base simile sulla quale i due registi hanno cercato di far emergere il loro stile in modo coerente; Raimi però in questo caso è forse riuscito meglio nell’impresa imprimendo il suo stile alla pellicola e facendola decollare da un punto di vista dell’intrattenimento.
Nonostante la prima parte del film (in cui ogni elemento sembra riprendere il film di Burton in ogni dettaglio) sia narrativamente piuttosto scontata, una volta che il protagonista incontra Glinda la storia riesce a vivacizzarsi trasformandosi in una specie di versione per famiglie de L’armata delle tenebre, il capitolo finale della trilogia de La casa. Oz come un novello Ash si ritrova in un epoca lontana in cui diventa controvoglia l’eroe destinato a sconfiggere il male, e per compiere la sua impresa userà la scienza moderna e sopratutto il cinema.
Il grande e potente Oz diventa così oltre ad un auto omaggio al suo film del 1992 anche una dichiarazione d’amore alla storia del cinema, un po’ come aveva fatto due anni fa Martin Scorsese con Hugo Cabret.
Oltre però alle più o meno esplicite citazioni visive (le nebbie e gli ipercinetici movimenti di macchina da presa), narrative (l’interesse romantico del protagonista che diventa villain) e tematiche (il motivo dell’eroe e delle sue responsabilità) alla trilogia de La casa, vi è anche un altra presenza autoriale che emerge nel film: quella dello scenografo Robert Stromberg (Avatar, Alice in Wonderland e Il grande e potente Oz). Con all’attivo solo tre film (in veste di scenografo, ma decine per gli effetti speciali), Robert Stromberg mostra uno stile sempre più forte nella costruzione dei set dei film a cui lavora: le plasticose foreste dai colori brillanti, le porcellane orientali (che in questo film diventano uno dei set più magnifici: China Town), i fiori giganti, le imponenti strutture architettoniche (qui si gioca tra la potenza Art Decò della città di smeraldo e il Liberty del castello di Glinda), sono ormai diventati elementi ricorrenti e riconoscibili. Non sorprende infatti che il prossimo film di Stromberg lo vedrà in veste di regista, ancora una volta con una favola, Malefica, la rilettura della Bella addormentata dal punto di vista della fata cattiva.
Il grande e potente Oz è un piacere per gli occhi che riesce a scavalcare i limiti imposti dal modello produttivo, diventando un film in linea con la filmografia del proprio autore e risultando un buon film d’intrattenimento.

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