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| foto di nomoreme |
Dopo averlo inseguito per mezza Europa con scarsi risultati, finalmente siamo riusciti a vedere Woodkid dal vivo nella sua prima data italiana a Milano. Nella splendida cornice del Teatro Franco Parenti e circondati dalla più stilosa e fotocopiata gioventù italica, il concerto di Woodkid si è rivelato una sorpresa sotto molti punti di vista.
Innanzitutto chi si aspettava, ingenuamente, uno spettacolo “modesto” sarà rimasto sconvolto dalla padronanza che Woodkid ha del palco, anche se a pensarci bene uno inserito così bene nello showbiz come lui, non è certo più di primo pelo per questioni del genere. Il vantaggio poi di essere anche un regista apprezzato di video musicali è che si può occupare egli stesso in prima persona della componente visual proiettata sullo schermo retrostante il palco: l’effetto finale è che difficilmente si trovano scenografie ad un concerto che rispecchino così bene la musica e nel caso di Woodkid possiamo godere dei suoi paesaggi metafisici, delle inquadrature severe su edifici austeri, senza farsi mancare trip spaziali (ovviamente in “Conquest of Spaces”, uno degli apici dell’esibizione).
Ma veniamo all’aspetto che più importa: la musica. Tutto si è svolto per il meglio, la formazione infatti (tre ai fiati, due alle percussioni e altri due alle tastiere/synth/qualsiasi altra cosa) se la cava egregiamente, sopperendo in maniera efficace alla mancanza degli archi, predominanti nel disco, con un uso sapiente delle tastiere. L’artista francese, che inspiegabilmente odia Parigi e ci tiene sempre a sottolineare che la sua casa ora è Brooklyn a cui ha dedicato l’ormai celebre pezzo, distribuisce sapientemente i pezzi lungo la setlist, con un inizio composto dai pezzi più lenti (che richiedono maggior concentrazione e voce) e una seconda metà decisamente più movimentata, dove dominano le percussioni e Woodkid è libero di librarsi nelle sue mosse e pose studiatissime. Un aspetto che ha particolarmente colpito è, nel bene e nel male, la totale fedeltà dell’esecuzione dei pezzi alla controparte in studio. Fatto eccezione per l’aspetto sopracitato degli archi spesso era facile ingannarsi e pensare quasi che fosse in playback!
Oltre a sapersi muovere bene ed avere sempre la battuta giusta al momento giusto, Woodkid rifila un paio di gradite sorprese su due pezzi più celebri, “Run Boy Run” e “Iron“, che presentano una coda molto tamarra ma di buon gusto che riesce finalmente a scuotere anche il più legnoso degli astanti, i quali poi inspiegabilmente pogheranno su “The Great Escape”.
Woodkid si gode quindi il suo meritato successo, si becca pure i fan che cantano le sue canzoni a pochi giorni dall’uscita del suo primo disco e questo non può che essere il dovuto responso ad un progetto curato sotto ogni punto di vista, spesso fin troppo forse, tanto da risultare quasi finto proprio come quelle pubblicità dei profumi a cui somigliano talvolta le immagini che scorrono dietro l’artista mentre canta. Ma del resto è quello il suo lido di provenienza, il mondo patinato della moda, del quale avrà trovato una degna controparte nella Milano che l’ha accolto a braccia aperte. In attesa di una seconda “puntata” per il momento ci riteniamo notevolmente soddisfatti, considerando anche che per garantire un concerto di lunghezza accettabile la band ha eseguito praticamente tutto “The Golden Age” e l’altrettanto valido “Iron EP“.



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