Confessions [Recensione]

Una volta uscita la shotlist dei titoli che avrebbero potuto far parte della cinquina finale degli oscar la presenza di un paio di film hanno sorpreso per il coraggio e l’originalità avuta dall’academy, che di solito in questa categoria non dà il suo meglio. Il primo era il greco Dogtooth, che poi è riuscito a raggiungere la cinquina effettiva e il secondo era il giapponese Confessions.
Confessions inizia in modo folgorante. La prima mezz’ora, introduttiva, del film è da manuale di stile: la confessione che Yuko, un’insegnate delle scuole medie, fa di fronte alla sua classe piena di studenti “bimbiminkia”, è girata con uno stile pazzesco, movimenti di macchina e rallenty studiati alla perfezione per mostrare fin dall’inizio il forte contrasto tra la situazione iniziale di quasi-normale quotidianità mettendo però in luce fin da subito gli aspetti sinistri che verranno sviluppati di lì a poco. La narrazione prosegue attraverso le varie “confessioni” dei diversi protagonisti che man mano sciolgono i vari nodi della vicenda.
Il film mette inoltre in luce l’inquietante bug del sistema giudiziario giapponese che rende i pre-adolescenti non giudicabili legalmente per qualunque crimine commesso.
Confession si distacca dai revenge movie asiatici che andavano in voga qualche anno fa: qui infatti non c’è sangue (non troppo almeno) né violenza (mostrata) ed è tutto basato sulle complesse psicologie dei personaggi, splendidamente scritti. Anche la stessa vendetta della professoressa è perpetuata non attivamente sui suoi studenti, ma è organizzata quasi come una trappola psicologica atta a mettere i bersagli della sua vendetta nella condizione di distruggere loro stessi le cose a cui tengono maggiormente.
Il finale prende una svolta un po’ eccessiva, quasi da cartone animato soprattutto per una certa impostazione recitativa e con un colpo di scena facilmente intuibile, ma che comunque non abbassa il livello di quest’ottimo prodotto tagliente e affascinante.
La colonna sonora bellissima, con pezzi di Radiohead, The XX, Boris, crea delle sequenze di altissimo livello tra l’etereo e il sognate che vanno a combinarsi alla fotografia fredda, incentrata sui toni scuri dando un alone di malinconia.
Il regista Tetsuya Nakashima arriva dal mondo delle commedie (con una certa popolarità anche in Italia grazie al cult Kamikaze Girls, soprattutto grazie al fenomeno del Lolita), ma non sembra affatto patire il salto verso questo thriller psicologico cupo e dagli sviluppi inquietanti, nonostante questo segni un forte taglio nei confronti del suo passato colorato e più leggero.

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