Queens of the Stone Age – …Like Clockwork [Recensione]

Hard rock
Matador
2013
Streaming

Dopo ben sei anni dall’ultimo disco e dopo innumerevoli collaborazioni e progetti paralleli, tornano finalmente i Queens of the Stone Age, un gruppo che è nato dalla storia (ovvero dalle ceneri dei Kyuss) e ne ha costruita poi una tutta sua, grazie a quel capolavoro che è Songs For The Deaf. Ma proprio della luce riflessa di quel disco, uno dei più importanti degli ultimi dieci anni, sembra vivere il gruppo. Gli ultimi due dischi, specialmente Era Vulgaris, hanno leggermente deluso, non essendo all’altezza dell’illustre predecessore. 
…Like Clockwork non riesce a bissare quel clamoroso colpo di genio, frutto di una convergenza di fattori astrali probabilmente irrepetibili, ma ci presenta dopo anni una band che va presa per quel che è e non per quel che è stata.
Abbandonato quell’immaginario horror/medievale un po’ kitsch di Lullabies for Paralyze (vedi “Burn The Witch“) ed Era Vulgaris (vedi “Into The Hollow“), in questo …Like Clockwork vige un palpabile e concreto clima horror più moderno.
Nell’iniziale “Keep Your Eyes Peeled”, l’atmosfera è da zombie movie e assistiamo ad una sorta di gioco BDSM sul controllo della velocità del godimento rock, sfociante poi nell’orgasmo finale. In “The Vampyre of Time and Memories” (forse quello raffigurato sulla splendida cover art di Boneface?) un Josh Homme a nudo si strugge su una sorta di ballata prog il cui tetro umore e il sound ci fan quasi tornare in mente le parti più sensibili e “serie” del Rocky Horror Picture Show. 
Viene poi il momento in cui l’allievo ripaga il maestro ed ecco quindi Alex Turner che in “If I Had a Tail” restituisce l’insegnamento impartito da Josh Homme durante la produzione degli ultimi due dischi degli Arctic Monkeys, Humbug e Suck It And See, a posteriori considerabili più “stoner” degli ultimi album dei Queens of the Stone Age stessi. Il pezzo è ovviamente il più “indie” del lotto e in tal modo la band si conferma come la più “cool” e modaiola di tutto l’ambito hard rock, addirittura più dei Foo Fighters. 
Tra i pezzi che passeranno di sicuro nella storia della band c’è il primo singolo, “My God Is The Sun”, forse una pallida imitazione di “Go With The Flow”, ma ad ogni modo travolgente. 
Nella seconda parte del disco si fanno più pressanti le collaborazioni e si inizia molto bene con Trent Reznor. Non è la prima volta che il leader dei Nin collabora coi Queens of the Stone Age: dopo un tour insieme, Reznor era ospite già della title track dell’album precedente, follemente poi lasciata fuori dalla versione finale del disco (ma la rete recupera sempre queste perle preziose). Stavolta invece il pezzo è salvo, è spettrale ed è il perfetto connubio dei due geni. 
Inaspettatamente il pezzo con Jack Shears degli Scissor Sisters è uno dei migliori del disco: era forse la collaborazione che più destava sospetti e invece grazie alla versatilità di Shears e alla spensierata aggressività dei Queens of the Stone Age (che ci rimanda ai primi album) il pezzo è riuscito, senza menzionare poi la memorabile scalata distorta in chiusura che è pura adrenalina. 
Purtroppo invece quando si cerca di strafare, la ciambella esce senza buco. Nel calderone di  “Fairweather Friends” c’è chiunque: Elton John, Trent Reznor, Nick Oliveri e Mark Lanegan. Se riuscite a non offendervi per non essere stati invitati anche voi, risentitevi per l’incapacità di gestire tante persone in un sol pezzo (del resto non sono tutti come Kanye West, maestro in quest’arte).
Per un secondo siamo poi di nuovo in grado di riassaporare il duro gusto della sabbia dei bei vecchi tempi in “I Appear Missing”, epica conclusione desertica, tanto classica quanto perfetta. 
Infine la title-track, posta questa volta in chiusura, è leggermente spaesante: prog, archi e tanto classicismo per un per un pezzo che, proprio come un orologio, funziona alla perfezione. 
…Like Clockwork non aggiunge nulla di significativo alla discografia della band, ma forse non ce n’era bisogno. Perfetti come un ingranaggio rodato, i Queens of the Stone Age hanno piuttosto ritrovato un’identità propria, scevra dei pericoli della parodia di se stessi che era celata nei loro ultimi dischi. 
Ultima nota: ottima la scelta di affidare a Boneface tutta la componente visuale, compreso il corto omonimo del disco. 

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