La grande bellezza [Recensione]

Paolo Sorrentino
Drammatico/Commedia
2013

Più che di Federico Fellini, La grande bellezza, il nuovo film di Paolo Sorrentino, sembra essere il degno erede di Terrence Malick e del suo The Tree of Life. Così come il film del 2011 prendeva una famiglia americana per raccontare la vita dell’universo, Sorrentino usa Roma per raccontarci l’Italia decadente e frivola dei nostri giorni.
Dopo le prime inquadrature che ci fanno preoccupare, per una serie di virtuosismi fini a se stessi come quelli di This Must Be the Place, La grande bellezzaprende il volo e si allontana dalla sfortunata esperienza americana di Sorrentino.

In modo quasi metafisico il regista vola da una parte all’altra di Roma e si sofferma su Jep Gambardella, un mondano giornalista di spettacolo che inizia la sua vita di pomeriggio e va a dormire la mattina dopo notti di feste ed eccessi.
Jep è un giornalista colto, in grado di smontare pezzo per pezzo la decadente umanità che lo circonda, ad esempio manda in crisi la body artist (modellata su Marina Abramovic) e i suoi stessi amici che si celano dietro maschere di velleità. Sorrentino si prende gioco dei vanagloriosi, degli artisti da Pomeriggio Cinque, dei personaggi che aspirano al teatro nobile ma che fanno le fiction sui papi, degli intellettuali che si vantano di non avere la TV ma che non si perdono una festa mondana, degli scrittori di sinistra che devono il loro lavoro più ai letti che hanno frequentato che alle qualità possedute e dei politici che si trovano più spesso nei salotti televisivi che nelle sedi del partito.
Un calderone di personaggi grotteschi in cui non mancano nobili decaduti, soubrette in “stato di disfacimento psicofisico” (una Serena Grandi che praticamente interpreta se stessa), ricchi nullafacenti che si considerano artisti facendo foto col cellulare, membri del clero esperti di alta cucina, ma ben poco di spiritualità.
Tra feste e panorami permea però un’aurea mortifera: tre personaggi muoiono intorno al protagonista minandone l’integrità e costringendolo a porsi delle domande.
Un circo deprimente che viene esplorato attraverso sguardi cinematografici di grande bellezza, spesso visionari (la giraffa e i fenicotteri realizzati in CGI), senza seguire una singola storia ma negando a tratti la componente narrativa, costruendo quasi delle vignette che mostrano singoli episodi, singole vite degli abitanti di Roma.
Non mancano ovviamente le citazioni a Federico Fellini: Roma, soprattutto, ma anche La dolce vitache viene citata più volte come nel cameo di Fanny Ardant (il cui ruolo pare in origine dovesse andare ad Angelina Jolie), che fa da eco alla Anita Ekberg errante per la Roma notturna o con la battuta di Jep sul mostro marino, che in questo caso non è un pesce ma il triste cadavere della Costa Concordia.
Se Toni Servillo nel ruolo di Jep Gambardella è bravissimo come ci si aspetta, è Sabrina Ferilli a sorprendere con un’interpretazione piuttosto sobria e delicata nei panni di una spogliarellista datata (con tatuaggio di Papa Giovanni Paolo II sulla spalla) che per un attimo porta un po’ di luce di speranza nella vita del protagonista. Tra i tanti volti che gravitano nel film buona anche la prova di Luca Marinelli (che rischia di diventare uno schiavo di questo ruolo non troppo lontano da quello de La solitudine dei numeri primi) e quella di Sonia Gessner, la malinconica Contessa Colonna di Reggio che piange guardando la casa della sua infanzia trasformata in un museo in cui può solo fare la turista.
La grande bellezza è un film ricco visivamente: l’occhio di Sorrentino ci porta a scoprire la bellezza barocca di Roma e ci rende ipnotica la grottesca volgarità mondana. Alla bellezza accompagnata da brani post-rock e di musica classica (alcuni dei quali presi proprio da Tree of Life di Malick) si contrappone il grottesco delle note trash di Far l’amore e Mueve La Colita.
La differenza fondamentale tra questo film e La dolce vita, a cui viene tanto paragonato, sta nella redenzione. Se Fellini ritraeva la disillusione e l’assenza di redenzione in una città nel pieno della rinascita (economica e non), Sorrentino invece mette una luce nel futuro del suo Jep Gambardella nonostante il mondo che lo circonda stia andando in pezzi.
Sorrentino riesce dove i suoi colleghi avevano fallito (Garrone su tutti) nel ritrarre l’attualità italiana con occhio critico, con grande humour, senza risultare fuori tempo massimo, indagando in un campo ampio con la stessa abilità con cui aveva trattato la politica ne Il divo, esplorando il nulla nella sua massima forma.

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