Regia di J.J. Abrams
Fantascienza
2013
La somiglianza tra J. J. Abrams ed il suo maestro spirituale Steven Spielberg non è solo a livello stilistico, ma anche da un punto di vista di importanza nello showbiz. Al momento sotto le mani del giovane regista ruotano infatti le due saghe fantascientifiche più importanti degli ultimi 30 anni: Star Wars e Star Trek. In attesa di vedere cosa saprà fare sotto il controllo della perfida Disney, per il momento concentriamoci su Into Darkness, secondo episodio da lui diretto dopo l’ottimo reboot del 2009.
Questa volta l’equipaggio dell’Enterprise si trova a dover affrontare un nemico che risorge da un antico passato, costringendo i protagonisti a guardarsi dentro e a maturare, come succede ogni volta che ci si scontra coi classici scheletri nell’armadio. Una minaccia interna alla Federazione sta infatti creando il caos con una serie di attentati e il capitano Kirk viene incaricato di inseguire il responsabile su Klingon, ponendo così tra l’altro le basi per l’ovvio terzo capitolo. Una serie di colpi di scena, non del tutto inaspettati ma comunque efficaci, condurrà i protagonisti verso l’epico finale.
Proprio in conseguenza di dell’ottimo risultato del reboot del 2009, l’attesa per questo sequel era altissima e non è stata delusa. Esaurito l’effetto novità del reboot, J. J. Abrams preme sull’acceleratore condensando in 130 minuti una quantità di azione impensabile. Il prezzo da pagare ovviamente c’è, ed è una sceneggiatura non sempre all’altezza di tutto il resto, con qualche buco qua e là, qualche classicismo stucchevole (specie quando cerca di essere ammiccante o spiritoso) e un abuso di deus ex machina. Questo è comunque l’unico difetto del film e a fronte di una messa in scena tanto sontuosa si perdona quasi tutto.
Into Darkness è uno dei rari casi in cui ci si rende conto che la computer grafica non è usata solo per dei bei effetti speciali, ma è la tecnologia che rende possibile il film stesso. Sequenze impossibili, partorite da una mente geniale, si susseguono senza sosta, sempre con una livello di dettaglio a dir poco maniacale. Ogni singola inquadratura è tanto ricca di particolari che bisognerebbe vedere il film a rallentatore per cogliere una buona parte (non certamente tutto) del lavoro svolto. In particolare i costumi, ad esempio, mostrano una fattura eccelsa, equiparabile a quella di molti film di ricostruzione storica per pregio e materiali.
La bellezza visiva, la qualità recitativa (mai fuori dai canoni medi, ma mai deprecabile), il costante ma non eccessivo fan-service e tutte le caratteristiche che ci si aspetta di trovare solitamente in un film di J. J Abrams (abuso di lens flare compreso) sono presenti in Into Darkness e ne fanno un must per tutti i fan del regista americano, nonché ovviamente per tutti i fortunati appassionati di fantascienza.
Il pupillo di Spielberg ha messo su un’opera che tiene incollati allo schermo e che fa volare il tempo, grazie anche ad uno stile incredibilmente classico e al tempo stesso moderno e originale, quasi come se proponesse qualcosa di nuovo che diventa istantaneamente da manuale.
Confermata quindi la capacità di riportare in vita e mantenere vivo e vegeto un brand come Star Trek, J. J. Abrams getta le basi per la serena prosecuzione delle avventure del capitano Kirk, Spock & co. stuzzicando nel frattempo la nostra fantasia per quello che potrebbe fare ora con Star Wars, riuscendo magari dove la seconda saga ha in gran parte fallito.


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