Live Report: Nine Inch Nails @ Forum D’Assago, Milano – 28/08/13

Foto di Rob Sheridan
In pochi ci credevano allo stop definitivo dei Nine Inch Nails proclamato da Trent Reznor nel 2009. E infatti, dopo diversi progetti paralleli tra colonne sonore e How To Destroy Angels, eccolo ritornare sui palchi per una serie di date nei festival europei (e asiatici). Da noi in Italia, festival non ce ne sono più, ma per una volta la questione volge a nostro favore: la setlist della band è la più lunga del tour grazie al maggior tempo a disposizione.
La scelta dei pezzi è stata molto varia, con all’incirca 3 canzoni per album trascurando solo il nefasto The Slip con un solo pezzo (“1.000.000”) e Ghost I-IV, mentre la formazione messa su da Reznor è una delle migliori della storia dei NIN, con musicisti versatili e di una precisione sconfinante nell’incredibile. In particolare è impossibile non citare la validità del nuovo acquisto, Joshua Eustis dei Telefon Tel Aviv, molto aggressivo ma senza sbavature e la ferocia alla batteria del giovane Ilan Rubin, una belva selvaggia, senza citare poi il nostrano Alessandro Cortini più volte alle prese con due strumenti contemporaneamente. 
A farla da padrone comunque è la scenografia, finalmente curata anche in Europa dove ultimamente ci sognavamo le produzioni di alto livello dei NIN come quella del Lights In The Sky Tour. 
Il concerto inizia in maniera piuttosto insolita: le luci del palazzetto rimangono accese, Trent Reznor sale da solo sul palco deserto e man mano che il primo pezzo, “Copy of A” dall’imminente Hesitation Marks, si evolve entrano anche gli altri membri del gruppo, sino a quando il pezzo esplode e le luci si spengono di colpo. L’effetto da brividi è garantito con le enormi sagome delle ombre dei musicisti sullo sfondo del palco.
Si passa poi ad una nuova versione di “Sanctified” riesumata dal tour di The Downward Spiral e ritoccata col trucco dell’ultimo album: un ottimo esperimento. Segue “Came Back Haunted”, il classico singolo NIN per il lancio di un disco che fa il suo sporco lavoro anche dal vivo, iniettando la carica giusta per aprire una parte del concerto molto pesante con “1.000.000”, “March of The Pigs”, “The Wretched” (ma così potente e precisa) ed un’accecante “Terrible Lie” in cui il pubblico canta più di Trent.
“I’m Afraid of Americans” (duetto con David Bowie, eseguito dal vivo in maniera abbastanza soddisfacente da Reznor) dà un attimo di tregua, mentre “Closer” si impone come uno dei momenti indimenticabili grazie ai visual interattivi e agli schermi mobili. 
Dopo la solita “Gave Up” inizia una parte centrale più tranquilla con la band disposta in fila lungo il palco pronta ad eseguire due pezzi trip-hop come “Me, I’m Not” e la nuova “Find My Way” (che smorza un po’ il pubblico) e una piacevole sorpresa, ovvero “What If We Could?” direttamente dalla colonna sonora di The Girl With The Dragon Tattoo
Gli schermi uno accanto all’altro che formavano un unico sfondo durante la sezione centrale si aprono e così “The Way Out Is Through” assume tutto un nuovo senso introducendo l’ultima, massacrante, parte del concerto composta da un’unica tirata di pezzi dall’alto contenuto di testosterone: “Wish” ha privato di numerosi decimi di vista tutti i presenti con un massiccio uso di luci bianche e flash, mentre gli effetti di “Only” rimarranno nella memoria dei presenti a lungo, grazie a quella specie di torrente di pixel sullo schermo. 
Chiudono le ormai consuete “The Hand That Feeds” (più incattivita rispetto al solito) ed “Head Like A Hole”, a cui si aggiunge l’encore con “Hurt” nella sua versione originale (come non veniva quindi eseguita da anni) che anche se fa scendere sempre la lacrimuccia, lascia il dubbio su quanto possa essere sentito un pezzo del genere dall’attuale Trent Reznor. 
Proprio lui è al centro dello show, non solo in quanto mente creatrice della musica e della direzione artistica dello show insieme a Rob Sheridan e ai ragazzi della Moment Factory, ma anche da un punto di vista scenico. Quasi come ad un concerto di una pop star, l’attenzione è spesso su un unico protagonista e non sulla band, il che crea una sorta di contrasto con i pezzi, il look da maschio alpha e i testi invece più intimi. Ma sono dettagli: i Nine Inch Nails dal vivo sono un evento imperdibile e dopo una formazione non esattamente eccelsa di qualche anno fa (2007), sono ora in costante crescita, raggiungendo ogni volta uno standard qualitativo precedentemente impensabile.
La band, anzi Trent Reznor, sta procedendo in una direzione che era difficilmente prevedibile, in cui la qualità degli album è inversamente proporzionale agli spettacoli live. Poco importa se quindi le sue ultime uscite hanno un valore del tutto trascurabile: dal vivo restano una delle migliori band che vi possa capitare di vedere. 

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