Arctic Monkeys – AM [Recensione]

Rock
Domino
2013

Wow.
Questa è stata la prima reazione dopo il primo ascolto dell’ultimo album degli Arctic Monkeys. Una sensazione di stupore che è ha molteplici origini ed è difficile stabilire quale sia la principale.
AM, il loro nuovo album, desta stupore per la sua innegabilità qualità, ma non è tutto qui. L’aspetto che maggiormente colpisce è forse l’incredibile ascesa di questa band, che in cinque album è cresciuta ogni volta senza mai sbagliare un colpo, aumentando pubblico e qualità. Ed AM sembra voler continuare questo magnifico percorso, un’impresa che in cui sono riusciti forse solo gli Arcade Fire.
Gran parte di questa crescita è da imputare all’ala protettiva di Josh Homme dei Queens of the Stone Age sotto cui i nostri eroi inglesi sono cresciuti da Humbug in poi (anche se già Favourite Worst Nightmare era una spanna sopra il mediocre esordio). A differenza degli ultimi due album però, AM ha bisogno di molto meno tempo per essere metabolizzato, ricordando appunto l’immediatezza del sopracitato Favourite Worst Nightmare: questo non vuol dire che non ci sia lo spessore degli altri album, ma semplicemente che le scimmie artiche hanno trovato una corsia preferenziale per fare, per l’ennesima volta, breccia nei nostri cuori. 
L’album è valido dall’inizio alla fine, compatto e coeso com’è, ma all’interno ci sono un paio di singoli (alcuni già usciti, altri che di sicuro non mancheranno di farsi notare) che potenzialmente possono conquistare il mondo, lo spazio, l’universo. Ad esempio le già note “Do I Wanna Konw?” e “R U Mine?” con cui si apre il disco. Esattamente come i Franz Ferdinand continuano la loro missione di perfetto indie-pop, gli Arctic Monkeys insistono nel riportare in auge (ma è mai morto?) l’hard rock con un tocco di accessibilità in più. I riff si fanno sempre più accattivanti, vedi “I Want It All” (probabile apice del disco) e “Arabella”, mentre le liriche meno criptiche (o siamo noi che ci stiamo abituando?).
Non può mancare la perfetta ballad rock, “No. 1 Party Anthem”, così come è necessario qualche episodio più pop come “Why’d Only Call Me When You’re High?”, per non parlare degli accattivanti coretti di “Snap Out of It” o della collaborazione col mentore Josh Homme in “Knee Socks”, assolutamente necessaria. La conclusiva “I Wanna Be Yours”, non sarà “505”, ma assolve egregiamente al suo dovere di chiudifila. 
Come al solito una descrizione track-by-track degli Arctic Monkeys è inutile e ci si ritrova al punto di partenza, a quella sensazione di meraviglia e di ridefinizione di ciò che è “cool” per eccellenza, senza ovviamente che non ci sia una sostanza appetitosa a supportare il tutto.
Qui di sostanza ce n’è, eccome se ce n’è.

Una replica a “Arctic Monkeys – AM [Recensione]”

  1. […] Arctic Monkey – AM, dove parlo dell’ascesa della band quasi in estasi e totalmente inconsapevole che sarebbe stato l’ultimo disco (a mio modesto, modestissimo avviso) ascoltabile. […]

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