Noah – Recensione

Regia di Darren Aronofsky
2014

Ci voleva Darren Aronofsky per farmi tornare a scrivere, dopo un lunghissimo silenzio, su SistemaTotale.
Ci volevo soprattutto una cocente delusione, come è del resto Noah.
Ma andiamo con ordine.
Per il primo film di Aronofsky dopo Il Cigno Nero c’era un’attesa incredibile, complice anche l’immensa qualità della pellicola con Natalie Portman, annoverabile a posteriori come uno dei capolavori degli ultimi anni. Il soggetto biblico in mano ad un regista del genere era tanto preoccupante quanto affascinante, ma alla fine hanno prevalso i dubbi che hanno trovato fondamento in un polpettone hollywoodiano in cui il talento di Aronofsky è seppellito da soluzioni standard e tematiche confuse.
Per rendere il tema biblico accettabile sono state fatte alcune scelte comprensibili, ma non pienamente condivisibili. Ben venga l’analogia tra la nostra civiltà iper-tecnologica e l’impurezza dell’umanità che il Dio biblico vuole spazzare, ma è decisamente eccessivo il messaggio vegano del film che vede le persone che si cibano di animali come i peggiori degli zombie di The Walking Dead.
Le due parti in cui Noah è divisibile sono coadiuvate per la visione da un pubblico mainstream da due espedienti assurdi. Nella prima parte del film Noah è un film fantasy, con golem di pietra simili a Transformers ancestrali, spade magiche e tribù misteriose: non mancheranno battaglie epiche degne de Il Signore degli Anelli. La seconda parte invece, che dovrebbe concentrarsi sul rapporto tra l’uomo e Dio, diventa poco più di un teen-drama, in cui il peso della fede non è neanche lontanamente paragonabile ai patimenti interiori di Il Cigno Nero o di Requiem for a Dream.
Lo stesso appiattimento si riscontra visivamente, dove il genio di Aronofsky emerge in due sole sequenze, simili tra loro, ovvero nella Genesi (che susciterà tante critiche quanti consensi) e nella dispersione dell’acqua divina che alimenta il bosco e conduce gli animali all’arca. Per il resto è un film molto standard con una fotografia spesso evocativa, dei buoni costumi e dei pessimi effetti speciali (nonostante l’alto budget).
Proprio come successo a Steve McQueen in 12 Anni Schiavo, Aronofsky concede troppo ad un pubblico il più ampio possibile in questo film che si sforza di coniugare fede, tematiche ambientali ed esistenziali, ma il cui risultato è un calderone fantasy confuso e piatto. Peccato.

Lascia un commento