Questa storia del blog mi ha subito preso bene: lo leggo soltanto io, mia madre e gli amici che supplico di revisionare i miei post alla ricerca di strafalcioni, ma amen, l’importante è che mi diverta io di nuovo a scrivere. Ma scrivere significa anche (almeno per me) modificare immediatamente il mio approccio a ciò che vedo e quindi ieri sera ero lì davanti alla TV indeciso se buttarmi su 1899, The Crown o Mercoledì. Sono finito per buttarmi su una cosa che volevo vedere a cuor leggero, senza poi sentire l’esigenza di scriverne. E invece…
Ho messo play su questo documentario in 4 episodi (ma la cui durata complessiva è quella di un film normale di due ore, solo che se lo metti per intero nessuno te lo vede, mentre se lo dividi in più parti è diverso, eccerto) che racconta una storia tanto bizzarra quanto tipicamente americana.
John Leonard è un ragazzo americano come tanti e come tanti ragazzi americani a 20 anni (e pare senza particolari capacità personali) cerca un modo semplice e veloce per fare il botto. L’occasione gli si presenta tramite la lampada del genio per eccellenza degli anni ’90, la televisione. Sono gli anni di grandi sogni e di grandi lotte inutili, come quella tra la Coca Cola e la Pepsi, una lotta scandita tra campagne marketing che alzano sempre più l’asticella della follia verso quell’eccessività tipica di un’epoca sull’orlo del tracollo e che ignora lo strampiombo dietro l’angolo. Che anni meravigliosi.
Forse la prima a pisciare fuori dal vasino è proprio la Pepsi che in uno dei suoi spot americani promotte tutta una serie di premi ai consumatori della propria cola. Il meccanismo è semplice: più Pepsi bevi e più punti raccogli, più punti raccogli e più i premi che puoi richiedere sono preziosi. All’insegna della (presunta) ironia e dell’eccessività di cui sopra, lo spot termina con questo fastidiosissimo ragazzino dall’aspetto così americano che gli Hanson in confronto sembrano degli jihadisti che atterra davanti al suo liceo a bordo di un jet. Valore del veivolo: 7.000.000 di punti Pepsi. Ecco lo spot.
John si fa due calcoli e capisce che mettere insieme 7.000.000 di punti Pepsi costerà sicuramente meno dell’acquisto del jet promesso (senza disclaimer, per Diana) dalla Pepsi e il cui valore stimato è di 32.000.000 di Dollari. John decide quindi di perseguire questo folle progetto di farsi dare un jet militare da una multinazionale delle bevande. Ne nasce, ovviamente, una battaglia legale epica che farà la storia dei casi del genere e che sicuramente è degna di un documentario su Netflix (ricordiamolo: per me il posto giusto dove trovare un contenuto pop di questo tipo).
Ci sono diversi motivi quindi per addentrarsi nella visione di questo documentario che vanno al di là della bizzarra premessa appena descritta. Non è un tema nuovissimo, anzi, ma ogni storia che ha al suo centro il sogno americano in una delle sue mille sfaccettature mi affascina sempre. Se poi questo sogno passa attraverso il magico periodo d’oro della TV americana e del suo sottomondo tanto perverso quanto esteticamente orripilante degli spot TV è tutto ancora più interessante.
Ho trovato molto affascinante il modo in cui la TV degli anni ’90 sia un vero e proprio demiurgo in grado di plasmare la realtà: quel che viene detto in TV è vero e non può essere né messo in dubbio, né smentito a posteriori. La TV non mente, la TV promette e se la TV promette, io voglio che quella promessa diventi realtà. Se la Pepsi mi promette un jet in cambio di 7.000.000 di punti, poco importa quanto sia assurdo, io quel jet lo voglio. Lo prentendo. La TV me lo ha promesso.

Ovviamente il documentario non è puramente descrittivo degli eventi e deve romanzare il racconto: John è un ragazzo che sogna di avere un jet o un giovane molto furbo e sveglio che cerca di fare più soldi nel più breve tempo possibile rivendendo il jet o trovando un accordo con la Pepsi per una prevedibile causa che sarebbe poi scaturita dalla sua richiesta di avere il premio promesso?
Questo è però davvero un aspetto che va in secondo piano davanti alla premessa così affascinante e anche davanti alla superficiale immersione nell’arrogante mondo delle multinazionali e delle relative squadre di agenzie creative e plotoni di avvocati. L’ultimo aspetto che ho trovato molto affascinante (sarà perché mi è capitato di lavorarci assieme) e quel breve retroscena legato a BBDO, una delle più importanti e longeve agenzie pubblicitarie del mondo (fatto ricordato dal documentario stesso quando cita anche la genesi dell’agenzia “raccontata” in Mad Men). Trovo che sia stato veramente assurdo che nessuno tra le geniali menti in BBDO né in Pepsi si sia reso conto del merdone che si apprestavano a pestare.
Eppure l’assurdità è evidentemente il fil rouge di tutto documentario: anni folli, un ragazzo un po’ folle con un altrettanto folle sogno che affronta un’arrogante (e quindi folle) azienda che promette su uno strumento allo sbando (e quindi folle) come uno spot TV dell’epoca un premio fuori scala (e quindi folle).
Tirando le somme, penso che se vi piacciono le storie pazzerelle o se vi piace sbirciare dietro i retroscena del mondo del marketing la storia di Pepsi, dov’è il mio jet? sia sicuramente degna di una vostra serata.

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