C’è una canzone tratta da El Madrileño di C.Tangana che amo particolarmente, si intitola Cuándo Olvidaré. In questa canzone, dopo averci raccontato quanto stia male senza la sua amata in tutte le stagioni, C.Tangana inserisce brutalmente un estratto da quella che presumo sia un’intervista a Pepe Blanco in cui quest’ultimo spiega perché un certo tipo di musica può essere fatta solo da determinate persone:
Creo que la canción española es del pueblo,
Es racial, es de raza
Y te voy a decir una cosa
Cuando he oído cantar en el extranjero
He corrido el mundo, yo he corrido el mundo cantando
No todo porque sería mucho pero bastante
He llora'o, oyendo cantar a cualquier artista español
Porque no puede cantar un inglés un fandango, ni una jota, ni un pasodoble
No puede cantarlo
En cambio yo cantaría, yo cantaría lo que canta ese gran artista, Sinatra
Lo cantaría yo aunque haría: *balbuceo*
Y lo cantaría, pero él no puede cantar: "Ay, ay, ole", como canta Farina, por ejemplo
Farina o Antonio Molina, ¿a que no puede cantarlo?
Dopo aver visto dal vivo Rosalía non posso che essere d’accordo con questa singolare teoria.
Daft Punk, C.Tangana e The Weeknd: tre big alle prese coi loro miti
“Piccola” digressione: altri esempi di operazioni del genere che mi vengono in mente su due piedi sono Giorgio By Moroder dei Daft Punk e A Tale By Quincy di The Weeknd.
Sono un grande fan di questa “moda” di inserire nelle canzoni degli estratti che vadano a legittimare e quasi glorificare la propria arte tramite le parole di personaggi che sono dei veri e propri miti per gli artisti in questione. Citare Moroder per i Daft Punk è un modo per omaggiare un artista senza il quale loro non esisterebbero, ma al tempo stesso li consacra come degni eredi avendolo come ospite in un loro brano.
The Weeknd invece fa qualcosa di leggermente diverso con Quincy Jones, forse ancora più raffinato. Jones infatti racconta una storia che spiega i suoi PTSD affettivi in cui, probabilmente, Abel Tesfaye si rispecchia andando così ad approfondire e spiegare i temi trattati nei suoi album, ma come se non bastasse l’artista scelto e ospitato è nientedimeno che il produttore di moltissimi successi di Michael Jackson (e del rapporto tra Jackson e il suo manifesto erede, ovvero The Weeknd, abbiamo già parlato qui).
L’operazione fatta da C.Tangana in Cuándo Olvidaré è altrettanto simile: ospitando Pepe Blanco si inserisce in una tradizione (e tutto El Madrileño va in tal senso), ma al tempo stesso in maniera abbastanza spavalda è come se C.Tangana volesse dire “Ehi, questa non è la solita canzone d’amore: è una canzone d’amore che solo uno come me o pochi altri possono fare!” Questo box poteva essere un post a parte e non è escluso che un giorno lo diventi.
Torniamo da Rosalía. Scusa baby se ti ho trascurato per parlare di uomimi, ma tanto uno fa parte della tua tradizione, uno è un tuo ex e con due su tre ci hai duettato, quindi capirai che non è fuori luogo.
Il concerto di Rosalía al Forum d’Assago è stato un incredibile trionfo. Non mi aspettavo niente di meno da un’artista del suo calibro, ma trovarsi di fronte a tanto talento sbattuto in faccia in maniera così potente è stato in ogni caso travolgente.
La scaletta ha attinto a piene mani ovviamente da Motomami (comprese le tracce agginuntive di Motomami+) e non solo per il fatto che questo è il tour dell’ominimo album, ma direi piuttosto perché è la vera identità di Rosalía, quella che più di Los Ángeles e di El Mar Querer la fa sembrare libera e autentica al punto tale che i pochi pezzi del precedente album, per quanto io li ami, mi sono sembrati subito come quasi “ingabbiati” per non esagerare e dire banali.
Nella varietà e folle genialità del suo ultimo lavoro, Rosalía cavalca il palco proponendo una versione sempre appasionata, divertita, sentita ed elettrizzante dei brevissimi pezzi di Motomami, trovando anche il tempo per moltissime cover. Tra queste mi ha veramente steso la rivisitazione di Blinding Lights di The Weeknd: dopo ave eseguito nella prima parte del live La Fama, Rosalía omaggia The Weeknd proponendo uno dei suoi pezzi più famosi sulla base però di AISLAMIENTO con il quale condivide a pieno anche il tema proprio della solitudine. Insomma, è facile fare cover di pezzi famosi, un po’ meno è farlo invece in un modo così raffinato.
Ovviamente un live del genere per avermi lasciato un ricordo così indelebile non può che essere stato spettacolare anche da un punto di vista visivo: approccio minimal, ma incredibilmente d’effetto. Un aspetto che mi ha lasciato da pensare (non dico quindi negativo, ma veramente non so ancora esattamente cosa pensare) è stata l’estrema verticalizzazione dello spettacolo, palesemente pensato per essere vissuto sugli schermi laterali e in qualche modo quindi anche sui video fatti con lo smartphone, più che concretamente dal vivo lì davanti a lei.

L’ingobrante presenza dell’operatore video sul palco ha prodotto dei visual bellissimi da vedere sui suddetti schermi, ma era al tempo stesso un po’ invasivo, senza considerare che moltissime coreografie dei bravissimi e bonissimi ballerini erano pensate per essere riprese e non “godute” lì dal vivo.
Ma del resto BIZCOCHITO sembra essere nata per TikTok e Rosalía è riuscita a spopolare anche grazie a questi aspetti del marketing di un album che comunque, con o senza supporto mediatico, resta uno dei migliori dell’anno.
Momenti calienti, salienti e sparsi del live:
– L’apertura di con SAOKO: quanto è politico e liberatorio essere la cantante di LA COMBI VERSACE, essere incredebilmente stilosa in modo tutto suo e cantare su un palco a Milano “Fuck el estilo, Fuck el stylist“?
– DE AQUÍ NO SALES che sembra preannunciare da El Mar Querer quella passione cacofonica e sonoricamente anarchica di Motomami.
– De Plata che vuoi per quello strascico lunghissimo del vestito e reso divinamente sugli schermi o per l’incredibile connubio estetico tra i visual, la voce e l’impeto rock mi ha completamente devastato.
– DESPECHÁ con la sua festa sul palco col pubblico.
– La chiusura affidata non alla solita ballad (potevano starci comodamente una HENTAI o una SAKURA), ma bensì alla bellissima violenza di CUUUUuuuuuute che ti lascia lì con una voglia di averne ancora e ancora e ancora di tute Dainese rimodellate, ballerini boni e quella voce in grado di penetrarti dentro a fondo. Molto a fondo.
Questa è comunque la reazione normale ad un live come quello visto l’1 dicembre a Milano: del resto, come dice Pepe Blanco, per vedere qualcosa di questo calibro ci vuole un talento e un background che non è facile vedere tutti i giorni.
PS: non ci sono foto fatte al concerto per i seguenti motivi: 1) Non mi piace rubarle in giro e metterle qua, 2) ho cercato di godermelo più che potevo senza stare appiccicato al telefono, 3) amo il mio Honor 70, ma sicuramente non esprime al meglio il suo potenziale durante un concerto con un mega ledwall bianco alle spalle dell’artista.

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