Non esiste torinese (nativo o d’adozione) che non conosca il Parco della Pellerina. È il più grande della città coi suoi 83,7 ettari e circa 10.000 alberi, è attraversato da un affluente del Po, la Dora Riparia e al suo interno si possono svolgere tantissime attività di ogni tipo: culturali, sportive, naturalistiche, culinarie e molto altro (tipo il cruising). Ma andiamo con ordine e prima di riportarvi alcune cose molto particolari che ho “scoperto” facendo un paio di ricerche, è d’obbligo per me dare due cenni storici, anche perché trovo molto fastidioso che nessuna pagina raccolga tutte le informazioni sul parco, per quanto una del Comune di Torino sia in effetti la più completa.
Un parco, tre nomi
Prima stranezza: il parco ha sostanzialmente al momento tre nomi diversi. Tutti lo conoscono come Parco della Pellerina, ma è in realtà intitolato a Mario Carrara, docente universitario distintosi per essere uno dei 12 (su 1200) a non aver prestato giuramento al regime fascista. Era inoltre l’erede degli studi di Cesare Lombroso (al quale è intitolato il Museo di Antropologia Criminale di Torino che è davvero una perla da visitare). Dal 2009 tutta la parte a nord della Dora è stata intitolata alle “Vittime del rogo del 6 dicembre 2007 nello stabilimento della Thyssenkrupp”. Il parco più grande ricorda quindi (qualora ce ne fosse bisogno) l’anima anti-fascista della città e ovviamente non può dimenticare la tragedia avvenuta al di là di Corso Regina, proprio davanti a quei prati. Se l’intitolazione a Mario Carrara e alle Vittime della ThyssenKrupp hanno una tautologica etimologia, lo stesso non si può dire del termine “Pellerina”. Questo termine è infatti attribuito ad una cascina vicina al parco (ma esterna, fatto molto curioso) appartenuta ai Marchesi Tana, proprietari anche di un’altra cascina, situata dentro al parco. Quindi la cascina fuori dà il nome al parco, mentre quella dentro no, ma in ogni caso i proprietari erano sempre i Tana. Tutto normale, se si parla della Pellerina.
Etimologia della “Pellerina”: Storia di pellegrini e culi al vento
Il termine “Pellerina” pare avere due possibili etimologie, una molto sensata, l’altra decisamente meno, ma è molto folkloristica e quindi la riporto. Verosimilmente la cascina era meta dei pellegrini sulla Via di San Michele, quella che immaginariamente collega siti religiosi come Mont Saint-Michel e la Sacra di San Michele che domina l’ingresso nella Val di Susa. Se l’etimologia che collega i “pellegrini” a “pellerina” è perfettamente sensata, molto meno lo è quella (a dire il vero riportata solo da Wikipedia e senza fonte) che vuole la Pellerina essere il luogo dove venivano messi alla berlina i pagatori insolventi, esposti senza mutande per essere umiliati (ma sulle abitudini della Pellerina senza mutande e col culo al vento ci torniamo dopo).

Un fiume spostato, colline fatte di macerie e tartarughe malvagie
Appurato che il parco ha ben tre nomi (due ufficiali, uno d’uso comune) e appurata l’etimologia del nome più conosciuto, possiamo ora addentrarci nella sua vera e propria storia. Risalgono addirittura al 1563 i primi segni di un intervento umano nella zona del parco: in quell’anno infatti Torino divenne capitale del Ducato di Savoia e nell’ambito di un grande cambiamento della città venne costruito un canale che parte dalla Doria Riparia e che nell’arco dei secoli ha fornito acqua a fattorie e attività della zona, quasi fino ai giorni nostri. L’acqua del canale è stata usata anche da aziende come Talmone e Caffarel e i resti dello sbarramento di pietra e relativa paratia che crea il canale sono ancora visibili all’interno del parco.
Il primo progetto del Parco della Pellerina compare nel piano regolatore della città di Torino nel 1906. I terreni sono stati poi acquistati dal comune nel 1928, ma la costruzione del parco inizia solo nel 1934 e termina la sua prima “versione” nel 1936. Per creare il parco sono state fatte due cose che hanno sicuramente attirato la mia attenzione e destato il mio stupore: è stato infatti cambiato il corso del fiume che lo attraversa (la Dora Riparia) per renderlo meno tortuoso compiendo quindi un’opera abbastanza imponente, ma (fatto ben più curioso e interessante) sono state usate le macerie di alcuni palazzi della centralissima Via Roma per costruire parte delle colline artificiali attualmente presenti. Le altre colline sono state invece create con le macerie dei bombardamenti del 1943 e del 1944.

Nel corso dei decenni successivi il parco ha poi subito vari ampliamenti e cambiamenti, il più importante di questi è avvenuto sotto la giunta Novelli, tra il 1970 e il 1975, che espande il Parco della Pellerina fino a Corso Lecce, portandolo alle dimensioni che attualmente conosciamo. Viene inoltre creato il piazzale degli spettacoli, dove per anni si è svolto il glorioso Traffic Festival nel suo periodo d’oro con artisti del calibro di Daft Punk che portarono nel 2007 il loro Alive Tour.
Altri cambiamenti degni di nota sono il progetto Arte nei parchi, sul quale torneremo però più avanti, e la creazione spontanea in seguito all’alluvione del 2000 di uno stagno, che va ad affiancare quindi i due laghi artificiali popolati da orde di tartarughe fameliche (una volta ne ho vista una divorare un piccione e non ho dormito per diversi giorni), oche, papere varie e tanti altri animaletti. Nella galleria, oltre a Dorian, potete vedere come il Parco della Pellerina cambi completamente volto a seconda delle stagioni. Impossibile dire quale sia la sua “versione” più suggestiva.








Arte conteporanea, sesso, furti e misteri:
è o non è il parco perfetto?
Sacro e profano vanno spesso a braccetto e mi piace vedere nel Parco della Pellerina il suo lato profano nella sua vocazione che potremmo definire “sessuale”: dopo essere stato per tanti anni infatti un punto di ritrovo per la prostituzione femminile (quando ero piccolo mi ricordo distintamente le sex workers che si riscaldavano con i barili di latta dati alle fiamme), ora è uno dei più noti luoghi di battuage della città, soprattutto nella zona vicina ai laghi.
Mi riferisco invece al lato “sacro” del Parco della Pellerina quando penso alle opere d’arte contenute al suo interno: a metà degli anni ’90 vennero infatti collocate 4 sculture di arte contemporanea nell’ambito del già accennato progetto Arte nei Parchi. Purtroppo la maggior parte di queste opere non ha fatto una bella fine tra furti e atti vandalici che hanno richiesto restauri:
– “Rotazione coordinata” di Riccardo Cordero (1993) è stata rubata e mai recuperata o sostituita. Resta il piedistallo vuoto dove era collocata.
– “Euphoria” di Jetta Donegà (1969, collocata nel parco nel 1990).
– “Figure nel Paesaggio” di Sandro Cherchi (1989).
– “Città” di Luigi Mainolfi (1994). Questa opera (come le altre del resto) ha subito atti vandalici, ma ora è al suo splendore e si può ammirare il dettaglio del pattern della superficie che richiama elementi architettonici tipici della città, come i portici.
Tra le altre opere presenti nel parco, ma mi pare di capire al di fuori del progetto Arte nei Parchi, c’è da ricordare anche il “Totem della Pace” di Mario Molinari (2011) che è all’angolo con Corso Regina e Corso Lecce: ecco la scheda dell’opera sul sito di Museo Torino (io trovo sia oscena, ma son gusti).

Dopo aver ignorato l’aspetto naturalistico del Parco della Pellerina e aver visto di sfuggita gli aspetti storici e artistici, è arrivato finalmente il momento della parte legata ai misteri e ai fatti curiosi.
Torino è famosa, tra le tante cose, anche per le sue fontane a forma di toro, i cosidetti Torét. Cosa ci fa quindi una fontana a forma di leonessa nel parco? Beh, non è dato saperlo. Pare che nessuna delle autorità interrogate sappia la provenienza di questa insolita fontana torinese. A me piace pensare che, come tante cose nel parco, sia stata collocata per caso, come un avanzo arrivato da chissà dove e posto lì perché serviva e non erano disponibili al momento altri torét “originali” (avendo lavorato anche per poco tempo in un’ammistrazione comunale è altamente probabile). Ad ogni modo io questa fontana non l’ho mai notata e non so dove sia, ma se la becco la fotografo.
Infine chiudiamo con un racconto tanto tenero e dolce quanto un po’ grottesco e creepy. Nel parco c’è un bellissimo albero addobbato in maniera particolare. Mi sono spesso chiesto chi lo avesse conciato così, nel mio immaginario mi ha sempre ricordato qualcosa di un po’ esoterico e misterioso, molto in stile The Witcher 3 (sarà che da qualche parte nel mio cervello è partita un’associazione visiva tra l’estetica dell’albero, il suddetto videogioco e ovviamente la nota vocazione esoterica di Torino). In realtà è qualcosa di molto più dolce: nel Natale del 2018 una madre ha deciso di ricordare la figlia mancata, Ginevra, addobbando così questo albero. L’anno successivo però è successo qualcosa di inaspettato: una ragazza di nome Sylvia si è tolta la vita impiccandosi ad un altro albero e pare che le persone che volevano renderle omaggio si recassero presso l’albero sbagliato, quello di Ginevra, ben più vistoso e centrale. Ne è nato quindi uno spiacevole franintendimento, che ha visto i familiari di Ginevra ribadire la “paternità” dell’albero ancora oggi addobato e curato come nel 2018.
Tutte queste info, a mio avviso abbastanza curiose, sono state reperite in una ricerchina da scuole medie di poche ore: chissà quanti altri fatti storici e curiosità si possono ancora scovare in un luogo così grande, variegato e importante per Torino.








Bibliografia:
– Sito del Comune di Torino sul Parco della Pellerina
– Pagina Wikipedia del Parco della Pellerina
– Sito Museo Torino con le schede delle opere citate
– Sito Mole24 con la storia del Torét a forma di leonessa
– Articolo con la storia degli alberi di Ginevra e Sylvia

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