Recensione: “Che la festa cominci” di Niccolò Ammaniti

Anobii, bibliografia.


Che la festa cominci” di Niccolò Ammaniti è un bel romanzo, partiamo da questo presupposto.
È il classico libro che si fa leggere facilmente, che ti prende con la sua trama incalzante e quei personaggi così irreali e grotteschi, ma nei quali ci rivediamo e ci affezioniamo. E fin qua, niente di nuovo, niente di straordinario. Ciò che rende l’ultimo romanzo dello scrittore romano uno dei suoi lavori migliori è forse lo sfondo, la cornice, in cui la storia si dipana. Ammaniti infatti scaraventa con brutalità un manipolo di personaggi in un mondo che è sempre in bilico tra la realtà e la sua sfrenata e ironica fantasia.
La prima parte “Genesi” ci introduce ai due protagonisti: lo scrittore affermato-ma-in-crisi Fabrizio Ciba e il capo della setta satanica Le Belve di Abaddon, Saverio detto Mantos. Questi due personaggi sembrano essere l’uno l’opposto dell’altro. Il primo scopre nel corso della storia di non essere poi così “fico” come crede e fa inevitabilmente i conti con la realtà. Il secondo invece scopre la forza che c’è in lui, repressa in anni di matrimonio infelice e frustrazioni lavorative. Ciò che però accumuna i nostri due eroi è il totale sbaraglio con cui affrontano l’avventura, la totale assenza di una linea a cui fare affidamento, la costante finta certezza di sapere cosa fare quando invece non si sa dove andare a sbattere la testa. E qui è riscontrabile a mio avviso una delle poche debolezze del libro: spesso infatti personaggi secondari compaiono nell’azione come “Deus ex machina”, risolvendo o mutando profondamente la situazione, facendo sembrare il tutto un collage di “scene” o di piccole storie legate tra loro. È come se Ammaniti avesse avuto una serie di idee, più o meno geniali, e le avesse incollate.
Tra le idee geniali possiamo sicuramente citare i due excursus “storici” inseriti tra un capitolo e l’altro. Il primo excursus introduce il secondo capitolo, “La Festa”, e narra la storia di Villa Ada (dove si terrà la festa del titolo del romanzo e in cui accadrà di tutto e di più) dalle sue origini romane fino ai giorni nostri. Se ho definito questi intermezzi dell’autore come “storici” tra virgolette è perché l’excursus inizia con un estrema fedeltà alla realtà dei fatti accaduti per poi improvvisamente (e senza segno di distinzione) virare secondo la fantasia di Ammaniti che immagina il parco, da lui evidentemente amato, comprato da un imprenditore napoletano, Sasà Chiatti, il quale dopo faraonici interventi organizzerà proprio qui l’evento mondano italiano del secolo.
Così anche il secondo excursus all’inizio del terzo capitolo: prima introduce la storia delle olimpiadi di Roma ’60 e poi inserisce una storia fantapolitica su degli atleti russi. Sta al lettore capire quando Ammaniti ci racconta il vero e quando invece ci introduce nel suo teatrino di personaggi grotteschi.
La presenza di questi è scandita dal ritmo stesso del libro, ovvero in una continua escalation di follia e delirio. E tra veneri albine, atleti russi obesi, cuochi bulgari con poteri paranormali, satanisti innamorati, chirurghi estetici impasticcati, personaggi della tv, dello spettacolo e dello sport italiano (tutte caricature facilmente riconoscibili o comunque riconducibili a quelli che ormai possono essere gli stereotipi del nostro star-system…) ce n’è davvero per tutti i gusti. Una nota a parte merita Larita, la cantante oggetto d’amore di Ciba e dell’odio di Mantos: lei è il collegamento tra i due, entrambi la rincorrono senza sosta, ma lei, così all’apparenza fragile e indifesa, è l’unica ad avere in realtà le idee sempre chiare, ad agire sempre secondo una morale ben precisa e ad avere sempre e solo sentimenti puri. Tutto il resto intorno e lei è marcio.
E questo marciume non può che dar sfogo nella terza e ultima parte, “Katakumba”, dove senza mezzi termini, senza altre possibili definizioni… tutto va a puttane.
Tutto crolla, le speranze, i progetti, gli amori veri e quelli casuali, le ambizioni, i sogni, i complotti, tutto scompare schiacciato dalla piccolezza dell’animo umano che si mostra così inutilmente grande. Sarebbe forse esagerato parlare di “ubris”, la tracotanza tanto vituperata dagli antichi greci, ma sembra essere davvero l’unico male che muove le redini di tutto il macabro gioco disposto da Ammaniti.
Tra possibili auto-citazionismi (“come Dio comanda” ripetuto almeno due volte e “ti prendo e ti porto via” una) Ammaniti ritorna a quell’ironia macabra che aveva forse un po’ abbandonato in “Come Dio comanda” percorrendo strade più conosciute e forse più adatte alla sua penna, regalandoci attimi di puro divertimento e intrattenimento, ma lasciando sempre lo spunto alla riflessione sulla tragicomica situazione in cui i suoi personaggi (così come i suoi lettori) sono loro malgrado gettati.
Dallo stesso autore: Fango, Ti prendo e ti porto via
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2 risposte a “Recensione: “Che la festa cominci” di Niccolò Ammaniti”

  1. Bellissima recensione!Mi sembrava di leggere una di quelle “quarte di copertina” o recensioni che tanto mi piacciono e che ogni volta sono fondamentali per la mia scelta se leggere o meno il libro…direi che questa tua recensione, riesce IN PIENO a ispirarmi la lettura di “Che la festa cominci”(cosa che spero di riuscire a fare a breve…).Perfetti i riferimenti alle oltre opere di Ammanniti, nota degna di un grande ammiratore e conoscitore del'autore, quale tu sei!Ancora una volta, complimenti per l'ottima riuscita della tua scrittura!;-)

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  2. Sono d'accordo con Patatonio, trovo la recensione molto ben scritta e invogliante a leggere questo libro. Bravo!

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