Danny Boyle è probabilmente il regista che ha fatto i film più diversi tra loro che sia mai apparso nella storia del cinema. Ok, forse esagero, ma parliamo dello stesso uomo che ha creato “Trainspotting”, “The Beach”, “28 Giorni Dopo”, “Sunshine” e sopratutto “The Millionaire” che nel 2009 ha vinto l’oscar come miglior film e per la migliore regia.
“127 Ore” narra la storia vera (magari un pelo romanzata) di Aron Ralston, ingegnere 28enne appassionato di escursioni, che un giorno rimane accidentalmente incastrato con un braccio tra due rocce sul fondo di una gola di un canyon. Ci rimarrà per 127 ore e il prezzo per andar via sarà altissimo.
Il film sembra mettere insieme tutta l’esperienza acquisita da Boyle lungo la sua carriera. C’è l’amore per la natura di “The Beach”, c’è ovviamente lo spirito piacione voglioso di raccontare storie umane che hanno facile presa alla “The Millionaire”, c’è uno stile molto veloce e giovane che ricorda “Trainspotting” e non dimentichiamo infine una spruzzata di splatter (ma solo in una scena!) alla “28 Giorni Dopo”.
Questo mix esplosivo di contenuti arriva da noi con circa 5 mesi di ritardo rispetto all’uscita negli USA dove ha già raccolto ben 6 nomination agli Academy Awards, tra cui miglior film, miglior attore protagonista, miglior sceneggiatura non originale e miglior montaggio. La strada più in discesa è forse quella per la statuetta per il miglior montaggio, vera perla della pellicola. I pensieri del delirante Aron sono spunto per scene altrettanto folli, sequenze prive di logica se non quella della follia che può portare con sé stare per 5 giorni senza sostentamenti e convinti di morire. James Franco qui è indubbiamente alla sua migliore performance (anche se rientrando nel discorso Oscar non ha alcuna speranza di fronte ad un monolitico Colin Firth ne “Il Discorso del Re”).
La condizione del giovane incastrato è, forse banalmente, l’occasione perfetta per fare il punto sulla sua vita e confrontarsi con tutti i fantasmi che popolano la sua mente. Troveremo quindi il classico padre-modello, la madre apprensiva da cui il figlio fugge, la ragazza lasciata da poco con mille rimpianti e così via…
Unico contenuto veramente forte è l’estrema voglia di vivere che Aron riesce a dimostrare, resistendo per giorni dove quasi chiunque non avrebbe lottato ed essendo capace di un gesto finale impensabile, sottolineato con una scena così cruenta da spaventare persino Mel Gibson probabilmente, quasi come se Boyle volesse omaggiare un’azione tanto estrema con una scena altrettanto estrema.
Altra grande protagonista è la natura, omaggiata da Boyle con campi lunghissimi e scene al limite del lirico, dove il solitario protagonista fugge dalla metropoli mostrataci nei divertenti titoli di testa.
Tirando le somme il film è sicuramente più piacevole di quella ruffianata immensa che è stato “The Millionaire” pur cercando sempre l’effetto lacrimevole. Resta innegabile che non è esattamente la cosa più facile di questo mondo fare un film di 90 minuti circa su un uomo solo, schiacciato in mezzo a due rocce, senza annoiare (quasi) mai lo spettatore.


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