Recensione: Patrick Wolf – Lupercalia

Pop
Mercury Records (2011)
Myspace, sito ufficiale
  
Dopo mille vicessitudini che hanno visto due cambi di titolo, il passaggio sotto la Universal e tante altre mille avventure giunge tra le nostre mani il quinto album del talentuoso e giovanissimo Patrick Wolf. Classe ’83 e già 5 album alle spalle, niente male, sopratutto considerando la qualità media su cui si attestano i suoi lavori precedenti. In particolare (dopo l’irranggiungibile “Wind In The Wires”) il precedente “The Bachelor” aveva accolto così tanti pareri positivi da rendere questo Lupercalia uno dei dischi più attesi dell’anno. Ma alla prova pratica la delusione è dietro l’angolo.
Dove è finito tutto il talento mostrato sinora? Quasi non ce n’è traccia nell’apertura di “The City” (secondo singolo), ma nel complesso il pezzo è gradevole, spensierato e romantico, esattamente come appare il nuovo Patrick. “House” (terzo singolo) e “Bermondsey Street” sarebbero state decenti come b-side di un singolo o bonus track, e invece no, stanno lì ad apertura del disco. Il sound pop e spensierato di per sé non sarebbe un difetto, ma sono proprio le canzoni che mancano, del tutto insapori scorrono via senza lasciare nulla.
“The Future” invece ci mostra finalmente di cosa è capace Patrick, un pezzo felice e sentito, in zona Arcade Fire, sopratutto nella svolta rock della seconda parte: una delle canzoni più belle del disco.
“Lupercalia” di sicuro non sarà ricordato come l’album più “veloce” o coinvolgente del cantante londinese, ma canzoni lente come “Armistice” e “The Days”, pur facendo ciao ciao da molto lontano a tutto quel che Patrick ha composto prima, non disgustano come la sopracitata “House”: in fondo basta poco per mettere in risalto la stupenda voce di cui è dotato.
In mezzo alla noia e all’inaspettata normalità del disco, “William” piomba depressa, sperimentale, breve e straziante: pressoché perfetta se non fosse per la voce arabeggiante alla fine, totalmente gratuita e di cattivissimo gusto. Per fortuna una vecchia conoscenza, “Time Of My Life” (primo singolo, dello scorso dicembre), risana l’umore devasto: canzone degna dei migliori momenti di “Wind In The Wires”: varia, allegra ma dal testo deciso e voce come al solito al massimo delle capacità.
La seconda parte di questo breve album merita di sicuro più attenzione: “Slow Motion” è una delle migliori ballate che Patrick abbia mai scritto e finalmente sentiamo quei suoni che tanto ci piacciono e che gli sono valsi la classificazione di Folktronica, quel misto di violini ed elettronica che ti fa gridare al miracolo, il tutto poi accompagnato dalla voce mai così calda. “Together” invece esce dritta dritta dagli anni ’80 e col suo synth pop molto vicino a pezzi dell’ultimo disco degli Scissor Sisters è indubbiamente il pezzo più bello del disco: bellissimo il testo romantico, ma per nulla patetico.
Splendida la chiusura con “The Falcons”, non il massimo dell’originalità forse, ma una dimostrazione di come dovrebbe essere un pezzo “felice” di Patrick senza essere qualcosa di banale.
Le aspettative sono state deluse e non poco. Ovviamente c’è del buono, eccome, stiamo pur sempre parlando di uno dei cantanti più bravi dei nostri giorni. 
Ma dal primo della classe non ti accontenti certo della sufficienza e qui non c’è niente di più di questo.
Dallo stesso artista: “Wind In The Wires”, “The Magic Position”, “The Bachelor“.

3 risposte a “Recensione: Patrick Wolf – Lupercalia”

  1. Lupercalia non è sicuramente il migliore dei suoi lavori, nè tantomeno tra i migliori. Ma è un album molto raffinato e ben confezionato, prova comunque di una grande maestria nel songwriting. I pezzi che confermano la sua bravura e la sua creatività sono Armistice, Together tra tutti, Time of my life, Slow Motion e The Days, ma The City, House e William sono comunque dei bei brani, soprattutto House. Bermondsey Street, The Future e The falcons sono i minori. L'unico album di Patrick che non osa, non crea nulla di nuovo. Ma stiamo parlando sempre del genio del pop contemporaneo, un ragazzo che ci ha dato un album più leggero e spensierato, ma mai e poi mai banale. 7/5,8 come valutazione su 10.

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  2. E' importante ascoltare un'opera, di qualsiasi artista, più e più volte. Molti critici oggi si spacciano per tali ascoltando un album una massimo due volte, il che è ridicolo. Come puoi conoscere il brano, penetrare negli arrangiamenti e comprendere i testi? Per Patrick poi ci vogliono tanti e tanti ascolti, io sono al 7o e trovo Lupercalia sempre più bello. Ripeto per me è superiore solo a Lychantropy, ma è sempre e comunque un'opera raffinata di un grande artista, mai dire che è una delusione.

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  3. Bè di certo non mi sono fermato al primo ascolto. Molti pezzi li conoscevo già e anche dopo svariati ascolti per me non cambia nulla. Rimane un album abbastanza insipido e in un paio di punti di un cattivo gusto più unico che raro (tipo le voci arabeggianti in Slow motion e William). Lycanthropy ha il difetto di mettere troppa carne al fuoco, troppi pezzi, ma almeno è un disco nuovo, fresco, pieno di idee e di coraggio. Qui c'è solo tanta noia.

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