Tribal/Visual-pop/Elettronica
(True Panther; 2010)
Myspace, Last.fm, Sito Ufficiale
Il ruolo che i social network hanno nella diffusione di artisti nuovi ed emergenti è indubbiamente fondamentale, e questo album di Glasser, Ring, ne è l’esempio. Sotto lo pseudonimo di Glasser si nasconde Cameron Mesirow, giovane ragazza di Los Angeles, padre attore e madre musicista (fondatrice degli Human Sexual Response, band bostoniana tra fine ’70 e primi ’80), parentela che sicuramente ha influenzato la teatralità che pervade le sue composizioni.
Gli EP Apple e Tremel nonché le esibizioni di supporto a XX e Jonsi avevano contribuito ad alimentare per quasi un anno l’attesa per il full-length d’esordio. Ring (uscito il 28 settembre 2010) raccoglie nove pezzi prodotti da Ariel Rechtshaid e The Subliminal Kid, il quale aveva partecipato alla produzione anche dell’omonimo debutto di Fever Ray
“Ring” parte dalla Bjork più esile, raccoglie il tribalismo di Bat For Lashes e sublima tutto a furia di overdubbing vocali e synth aerei, per poi sfociare in sfaccettature tutte sue, che si aprono in rifrazioni coloratissime e voli elettronici.
Tocca ad “Apply” il ruolo di incipit di questo album: una voce glabra ma vitalissima che viaggia su registri alti, anche dove le scorticature elettroniche e i sapori ancestrali porterebbero in basso. Segue poi un pezzo deliziosamente giocoso,”Home”, che si muove briosa tra hand-claps e tocchi imperfetti di marimba, in una sorta di gospel da asilo nido. Di un brano che dovrebbe cantare le radici (“Home”, ripete ossessiva la Mesirow) rimane solo aria.
Ci accompagnano ora gli arabeschi vocali e gli svolazzi di sax di “Glad”, e le ipnotiche musicalità tribali di “Plane Temp” che, negli alti onirici vocalizzi di Glasser, permette di sognare una giungla fatta di colori e di luci.
“T”, un ode alla migliore amica della Mesirow, l’artista newyorkese Tauba Auerbach, cita “Vienna” degli Ultravox adattandola in una sorta di sussurro spettrale lasciando poi il posto a “Tremel”, uno dei pezzi cardine di Ring, che ricorda una Eleonor Rigby cantata “di corsa” su percussioni angoscianti e insistenti. E l’impronta di quello spettro nordico che è Fever Ray si fa sentire nelle note della Mesirow, in modo velato e citazionistico, ma pur sempre presente. E “Mirrorage” lo dimostra: sullo sfondo di beat a martello e bassi pulsanti, glockenspiel labirintici e campane da giochi di specchi, la richiesta della Mesirow (“Can I trust in you?”) suona quasi inquietante e sempre più insistente, una specie di appello/preghiera sofferta e sofferente.
Le tinte si rinfrescano e si colorano nuovamente di colori allegri e accesi, e sulle note di una simpatica marimba si articola “Treasury of We”, lanciando l’ascoltatore in un’atmosfera esotica tra palme bagnate da schiumose acque cristalline.
Incroci dissonanti di tastiera e fiati si fondono in toni orientaleggianti dell’ultimo brano dell’album, “Clamour”, che con le sue soavi percussioni riprendono la magnetica “Apply”, incipit dell’album.
E questo il concept fondamentale dell’ intero album, sottolineato anche dal titolo stesso, la stessa Cameron ne consiglia un ascolto “circolare”, come se Ring fosse un unico, infinito loop, sognante, delicato ma anche forte ed emozionante. Se c’è qualcosa che manca in Glasser è lo sprigionamento di melodie all’altezza delle sue muse ispiratrici (Fever Ray, Bjork, Zola Jesus, ecc). Ma l’impressione è di essere davanti a un’artista da tenere in considerazione, che negli anni a venire potrà dimostrare di avere tutte le potenzialità per poter creare ottima musica elettronica, un’artista da ascoltare e riascoltare. Circolarmente, come lo stesso Ring.
Artisti simili consigliati: Fever Ray, Zola Jesus, Bat for Lashes, Bjork
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