Recensione: Ladytron – Gravity The Seducer

Electro wave pop
Nettwerk
2011

Molti si affrettano nell’affermare che i Ladytron sono gli apripista di un genere, ma forse sono “solo” stati a lungo i migliori. Eppure la loro musica era facile da inscrivere in un determinato genere e vederne la palese genealogia era quasi ovvio. 
Dopo i primi tre album di “gavetta” con alcune canzoni diventate un must (come “Destroy Everything You Touch“) i Ladytron fecero il botto con lo splendido “Velocifero”. Sarà stata l’influenza dei Nine Inch Nails con cui andarono in tour (e con cui in parte contribuirono alcuni membri, come l’italiano Alessandro Cortini, alias SONOIO), ma il sound era diverso, più vario, più cupo e più solido. 
Sarebbe stato lecito aspettarsi la prosecuzione di questo percorso e invece… 
Ace of Hz“, inedito della raccolta “”00-10”, lasciava intravedere il nuovo corso della band e sembrava una retrocessione verso lo stile di “Witching Hour”, ma la realtà è ben diversa. I Ladytron abbandono le scelte ai limiti dell’industrial-pop di “Velocifero” (vedi “Predict The Day”), per approdare ad un rarefatto synth-pop onirico.
La chiave di lettura di tutto l’album è racchiusa nel primo singolo, “White Elephant“, il cui testo (Surrender wіth mе/Wе′re walking іn ουr sleep/Anԁ won’t come around fοr уοu) è quasi un manifesto. 
Descrivere le canzoni una per una non ha molto senso, anche perché la varietà a questo giro è molto scarsa. Le canzoni sfumano l’una nell’altra quasi senza accorgersene e i momenti degni di nota sono pochi, quali ad esempio “White Gold” (che però deve moltissimo ai Depeche Mode di fine anni ’80), “Moon Palace” e “Melting Ice” (diamo una botta di vita a questo album!), la sopracitata “Ace of Hz” e poi sopratutto “Ambulance”, in cui è evidente il passaggio delle algide voci delle cantanti dai freddi droni degli album precedenti alle sacerdotesse oniriche quali sono ora.
L’uso smoderato di organi conferisce un sound un po’ piatto e fa sembrare le canzoni delle litanie per addormentarci e trasportarci in mondi surreali, simili magari agli artwork dei singoli e dell’album ad opera dell’artista Neil Krug.
L’album comunque non è così malaccio come un primo ascolto (vuoi per lo shock, vuoi per la monotonia) lascerebbe intendere. In realtà è il disco più curato e raffinato della band, ma ad ogni modo delude le aspettative e il suo puntare così tanto sui sogni e su queste atmosfere eteree non è affatto una novità in questo momento, ma sembra invece essere un perfetto inserimento in un genere. Se anche loro percorrono questa strada e influenzano altri artisti e band non ci resta che preparare grandi thermos di caffè per la prossima stagione musicale.

Rispondi

Scopri di più da Ghostefano

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere