Recensione: Django Django – Django Django

Psyco folk/pop
Because Music
2012

L’estate è arrivata di colpo. No, non sono impazzito, il fatto è che è uscito questo disco. I Django Django sono un cavallo vincente su cui puntare tutto nella prossima calda stagione, basta un ascolto per capirlo.
I quattro di Londra formatisi nel 2009 esordiscono col botto con questo primo omonimo album.
“Hail Bop”, coretti e follia alla mano, ci trascina lontano dai tristi panorami grigi delle nostre vite urbane, per portarci a spasso in verdi, lussureggianti e acidissimi prati sonori. E non lasciatevi ingannare dai riff orecchiabili alla Franz Ferdinand del super singolo “Default”: non è l’ennesima band indie clone, è puro divertissement questo, voglia di giocare con la musica. Chi altro oltre a loro riesce a mischiare in una sola canzone tanti aspetti? Sembra di ascoltare un gruppo tirolese indietronico e scusate se è poco. Ogni canzone è al tempo stesso diversa e simile alle altre, tutte riconoscibili nello stile dei Django Django, ma differenti l’una dall’altra.
Il folk desertico americanissimo su percussioni da trip di “Firewater” trasuda sabbia, gasolio e allegria da ogni nota e siamo di nuovo incantati e stupiti: siamo improvvisamente in un saloon psicotico e non sappiamo come ci siamo arrivati. “Waveforms” ci fa sentire quasi a casa, potendo accostarsi a qualcosa di conosciuto come gli Animal Collective (e sentirsi a casa con gli Animal Collective è un bell’ossimoro) in versione un po’ più tribale. L’onomatopeica “Zumm Zumm” è il classico trip geometrico che ti aspetti da un band così, ma forse dopo un po’ stanca, certo è che però è impossibile restarle indifferenti e la penetrazione cerebrale è a livelli altissimi (“got to get to know – you” per un numero infinito di volte e addio sanità mentale).
C’è spazio per una pausa verso la metà di questo viaggio, grazie al folk puro di “Hand of Man”: godetevela perché, come una su una montagna russa, questa è la calma prima della discesa velocissima. “Wor”, con tanto di sirene e chitarre desertiche, ti costringe a cavalcarla (sempre più velocemente) e a goderla: suoni tanto distanti tra loro quanto perfettamente conciliati e mai all’insegna del cattivo gusto, che sulla carta potrebbe essere sempre in agguato dietro l’angolo. 
Scrollatevi la sabbia dagli stivali, anzi toglieteveli proprio, si va al mare con “Life’s a Beach” che, sempre su queste percussioni che contraddistinguono tutto il disco, ci porta su una spiaggia degli anni ’60 su cui si fa del sano e folle surf, ma non mancano sul finire dei richiami orientaleggianti, forse per introdurci senza troppi sconvolgimenti (e come sarebbe possibile?) ai cieli strumentali del Cairo: “Skies Over Cairo” pare proprio un’omaggio ai videogiochi con i synth da livello ambientato in una piramide e i tamburi appena usciti da Donkey Kong. 
Ascoltando questo bellissimo disco rivedrete e risentirete moltissime cose. Ci sono molto i Radiohead (si si, sotto sotto ci sono, eccome), ci sono gli Animal Collective e tanti altri. Ci sono paesaggi esotici, rivisti e rivisitati, immaginari lontani riproposti in un pastiche folle e visionario. Un po’ di sana allegria non fa male ogni tanto.
Il disgelo è iniziato il 30 Gennaio, giorno di uscita di questo solare (anzi stellare) album.

Una replica a “Recensione: Django Django – Django Django”

  1. Pollice in su per la copertina.

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