Regia di Quentin Tarantino
Western Pulp
2012
Ogni film di Tarantino è un evento, che crea intorno a sé un hype mostruoso. Questo è stato possibile grazie ad una filmografia composta da pellicole divenute nel tempo culto, come ad esempio Kill Bill (vero e proprio fenomeno di massa), passando per il mezzo passo falso di Grindhouse e trionfando infine col capolavoro che è Bastardi Senza Gloria. Proprio con quest’ultimo film sembra maggiormente dialogare il nuovo Django Unchained, reiterando l’abitudine del folle regista a citare se stesso.
Se infatti Bastardi Senza Gloria rileggeva dal punto di vista delle vittime la tragedia dell’olocausto, regalandoci una versione alternativa della realtà che esorcizzava il dramma, questa volta Django Unchained prova a far lo stesso con la schiavitù, definita da Tarantino in un’intervista divenuta ormai celebre “il secondo olocausto americano” (dopo lo sterminio degli indiani d’America).
Django infatti , interpretato da un convincente Jamie Foxx, è uno schiavo che viene liberato da un cacciatore di taglie di origine tedesca (l’incredibile Christoph Waltz) che prima di lasciarlo andare gli chiede di aiutarlo a catturare alcuni fuorilegge. I due, lavorando insieme, stringono una sincera amicizia che porterà il tedesco ad aiutare Django nella liberazione della moglie, la bellissima Kerry Washington.
Il nome della moglie, Brumilda, introduce un elemento molto particolare del film: pur essendo, a modo suo, un western è intriso di amore per l’Europa e la sua cultura. Il tedesco dott. Schultz spiega a Django l’origine del nome Brumilda, protagonista di una delle più famose leggende tedesche. Da quel momento in poi si intuisce come tutto il film non sia altro che la trasposizione western di questo mito, elemento confermato ad esempio dalla presentazione della moglie di Django, rinchiusa in una fornace, in parallelo con la sua versione mitologica intrappolata dal drago. La superiorità della civiltà europea si manifesta nel momento in cui il dott. Schultz perde la pazienza deridendo il finto amore per i francesismi del malvagio Calvin Candie (interpretato da un divertentissimo e spietato Leonardo di Caprio) ed impedendo che nella sua casa si suoni Beethoven.
A differenza del precedente film, in realtà, non c’è un ribaltamento delle sorti così evidente e spesso si ha la sensazione di assistere ad una storia che giustifichi il massacro perpetrato da Django e il suo amico, ma come ben sappiamo spesso nei film di Tarantino questo confine è molto labile. Quel che conta è la qualità della messa in scena, che è sempre a livelli altissimi. La sceneggiatura ad esempio è come al solito brillante, come testimonia la scena iniziale in cui l’ormai pupillo del regista, Christoph Waltz, parlando in modo forbito raggira due mercanti di schiavi, stimolando lo spettatore, accompagnandolo nei procedimenti logici e assurdi del personaggio. I dialoghi brillanti riescono a tenere in piedi sequenze come quella a tavola nella magione di Candyland, in cui la tensione è palpabile, quasi come nella celebre sequenza della taverna in Bastardi Senza Gloria, inserendo quindi questo tipo di sequenze in una sorta di versione pulp della tavolate di Ozptek. L’unico momento in cui Tarantino offre una vera rilettura in chiave assurda della realtà è quando, in una delle migliori sequenze del film, presenta una sorta di embrionale Ku Klux Klan come un gruppo di idioti bifolchi.
Sempre nell’ordine delle autocitazioni è impossibile non menzionare la ripresa di Kill Bill, quando la Sposa affetta gli 88 folli e invita quelli ancora in vita a fuggire impedendo però alla francese Sophie Fatale di andarsene: stessa identica sequenza nel finale di Django Unchained. Riutilizza anche alcuni espedienti narrativi, come quando all’inizio di Bastardi Senza Gloria, in cui Christoph Waltz parla in inglese per non farsi capire dagli ebrei nascosti, così in Django Unchained sempre lui parla in tedesco con una schiava per spiegarle segretamente i piani. Tipici, infine, i flashback su eventi poco precedenti ai fatti messi in scena che approfondiscono e spesso danno una chiave di lettura diversa da quella che ci si aspetta.
Nonostante tutti questi elementi che possiamo considerare positivi Django Unchained non è certamente uno dei film migliori di Tarantino: per quanto ricca e curata, la storia dello schiavo liberato spesso sembra un pretesto per far esplodere i corpi come palloncini pieni di sangue (e di per sé non sarebbe un problema, se Tarantino non ci avesse abituato a ben altro), insinuando nello spettatore l’idea che il regista se la cavi meglio su strutture più episodiche (come in Kill Bill, Bastardi Senza Gloria e Grindhouse) che su binari più “canonici” come in Django. Il film di Tarantino dialoga con il passato.


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