Tra i film della passata stagione abbiamo assistito a due modi molto diversi di sviluppare il tema della schiavitù. Il primo film è Django Unchained di Quentin Tarantino, che costituisce il secondo esempio nella sua carriera di una pellicola che si basa su una vendetta fantastorica dopo Inglourious Basterds, mentre l’altro film che tratta la schiavitù è Lincoln di Steven Spielberg: i due film hanno ben poco in comune, anzi si potrebbe quasi affermare che sono uno la nemesi dell’altro. L’unico aspetto che li accomuna è la presenza del tema della schiavitù, ma non poteva essere svolto in maniera così diversa.
Dal basso vs dall’alto
Il punto di vista scelto dai due registi è diametralmente opposto. Tarantino ci fa rivivere l’orrore della schiavitù dall’interno, seguendo la liberazione di Django e la sua vendetta dal punto più basso che è possibile scegliere per una storia di schiavitù. I bianchi sono numericamente inferiori in scena ed è quasi possibile assaporare la polvere e il sangue. In questo modo si percepisce meglio l’assurdità della schiavitù in cui pochi uomini (bianchi) riescono a controllare una moltitudine (di neri).
La vicenda di Lincoln di Spielberg è invece interamente costruita nei palazzi della politica, dove persino i pochi neri presenti sono “imborghesiti” per non turbare i bianchi. Persino la guerra, che ha un ruolo storico centrale, ha un’importanza scenica marginale.
Punto di vista interno vs esterno
Strettamente connesso al punto precedente, è importante sottolineare che Django essendo uno schiavo vive la schiavitù, mentre ovviamente Lincoln no. Per noi spettatori è quindi come se nella pellicola di Tarantino fossimo lì con Django a lottare per Brumilda, mentre nel film di Lincoln siamo emotivamente molto distanti dal tema della schiavitù: siamo spettatori di testimoni, con un grado di separazione in più.
Cultura vs Politica
Tarantino nobilita la vicenda di Django rendendo in chiave western la leggenda di Brumilda e, forzando forse un po’ l’intento del regista, questo può voler simboleggiare un coraggio comune tra bianchi e neri. L’Europa è comunque molto presente in questo film, grazie sopratutto al dottor Schultz che si fa portatore di valori irraggiungibili dalle barbare menti americane (come Monsieur Candie). Tarantino non si limita ovviamente alle citazioni letterarie e infatti farcisce la sua pellicola di elementi della cultura pop, tra cui i mille omaggi al genere western, da lui sempre amato. In Lincoln invece l’Europa è distante, è un nemico sconfitto da poco e in ultima istanza uno spettatore. Lincoln, in uno di pochi momenti intensi del film, sente il peso del suo ruolo non solo per l’importanza del XIII emendamento, ma quanto più che altro per il fatto che l’intero mondo (ovvero l’Europa) li sta guardando, osservando il risultato di questa svolta epocale. Il Lincoln di Spielberg è comunque molto distante da qualsiasi valore culturale, intriso invece a piene mani nella politica.
In Django Unchained è come se per Tarantino gli Stati Uniti siano, per natura, refrattari ad una vera cultura, esprimendo quindi tutto il pessimismo del regista per l’anima stessa del suo Paese. Spielberg invece pone l’accento su uno dei momenti considerati come fondatori della cultura americana. Che il personaggio di Lincoln esca dalla pellicola riabilitato o svalutato, per Spielberg la sua storia è uno dei momenti in cui si è determinata l’identità e la cultura statunitense.
Tecnicamente stimolante vs Teatralmente statico
Il film di Tarantino, come è lecito aspettarsi, è una gioia per gli occhi grazie ad una fotografia molto originale, un montaggio imprevedibile e scelte contraddittorie che stimolano lo spettatore. Lincoln è invece estremamente statico e didascalico: se allo spettatore venisse descritta a grandi linee una scena qualsiasi del film prima di vederla, se la immaginerebbe esattamente come poi si svolge. Ovviamente questo aspetto è fortemente condizionato dal genere dei due film (un western statico è impensabile tanto quanto un biopic movimentato), ma è indubbio che Spielberg abbia osato molto poco da un punto di vista tecnico.
Attori feticcio vs attori im-portanti
Un altro aspetto tecnico interessante, anche se leggermente marginale, è l’uso che i due registi fanno dei loro attori. Per Tarantino la maggior parte dei presenti in scena sono feticci usati per mettere in scena le sue folli idee, talvolta caratterizzati in maniera banale o non caratterizzati affatto. Si salvano in questo caso solo il dottor Schultz e Mr. Candie.
Spielberg invece affida interamente ai suoi attori la Storia, quella con la S maiuscola. E’ soltanto grazie a loro che la vicenda prende vita ed è sulla loro performance attoriale che si regge il film. A conferma di questa tesi sono intervenuti gli Oscar che, sulle 12 nomination alla pellicola di Spielberg, hanno deciso di premiare soltanto Daniel Day Lewis, al suo terzo Oscar per questo ruolo. È interessante vedere anche come il ruolo della donna è usato dai due registi: in Django Unchained la bellissima Kerry Washington è l’oggetto da salvare e per cui lottare, in Lincoln la consorte ha uno spessore importantissimo e determinante nelle vicende personali e non del Presidente.
Rielaborazione vs fedeltà
Django Unchained è ambientato nel 1858, ma Tarantino pone volontariamente alcuni elementi fuori dal contesto come gli occhialini da sole del protagonista o i pezzi rap nella colonna sonora.
Lincoln invece è la classica ricostruzione storica hollywoodiana attenta ai singoli dettagli in maniera maniacale. Questo non vuol certo dire che Tarantino faccia le cose a caso, ma che semplicemente lui sta rivisitando, rileggendo e modificando la storia a suo piacere e in questo processo è lui a decidere cosa mettere e dove, è lui il dio che governa le leggi manichee del mondo crudele in cui Django lotta.
Spielberg invece è un ottimo storico, che immerge (rischiando quasi di affogare) la pellicola in tutti i dettagli a sua disposizione.
Intrattenimento vs pedagogia
Tarantino non può fare a meno di intrattenere lo spettatore, forse perché è egli stesso il primo a divertirsi sul set. La carneficina messa in atto, che sia “giustificata” dalla vendetta o che sia fine a sé stessa, tiene incollati allo schermo. Lincoln richiede allo spettatore invece uno sforzo immenso per seguire le vicende politiche e i dialoghi sontuosi. E’ evidente come quindi lo scopo ultimo di Tarantino sia di divertire lo spettatore, a prescindere dai contenuti, mentre Spielberg si ponga dall’alto e ci racconti una storia per insegnarci qualcosa, anche se questa volta non si tratta del solito messaggio patriottico che ci sarebbe potuti aspettare.
Vendetta vs espiazione
L’ultimo aspetto su cui si può fare un paragone tra Django Unchained e Lincoln è, a mio parere, il più importante. Perché parlare di schiavitù oggigiorno, oltre che ovviamente per mettere in luce un “olocausto” (termine con cui lo stesso Tarantino ha definito la schiavitù) che in parte non si è mai concluso? La motivazione intrinseca è, come per tutti gli altri aspetti presi in considerazione prima, opposta per i due registi.
Tarantino da anni ormai racconta storie di vendetta e dal precedente Inglourious Basterds in particolare una vendetta che dal basso, dai perdenti, rivisita la storia piegandola a favore dei vinti. Inglorious Basterds è un regalo che Tarantino ha fatto agli ebrei, così come Django Unchained è un film per tutti i neri vissuti e morti in schiavitù. Certo, per adempiere in pieno al suo dovere Tarantino dovrebbe viaggiare nel tempo, ma si accontenta di capovolgere le sorti almeno per coloro che, in qualche modo, portano i segni di questi due olocausti.
Lincoln invece ha una motivazione interamente bianca e interna alla cultura che l’ha creato. Spielberg infatti evita l’agiografia spudorata di uno dei presidenti più amati della storia degli Stati Uniti, presentandolo sotto una luce nuova (come accaduto precedente in J. Edgar di Eastwood), quella del freddo politico calcolatore. Spielberg cerca quindi un’espiazione attraverso la rivisitazione del personaggio storico, e soltanto attraverso questa poter alleviare il senso di colpa ingombrante che l’immagine santificata dei presidenti più amati portano con sé.

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