Live Report: The Knife @ Alcatraz, Milano 29/04/13

Galleria foto
English version

Il percorso intrapreso con Shaking The Habitual non si ferma al disco in studio, ma si traduce anche in un rinnovamento e cambiamento della componente live. I due fratelli svedesi portano quindi sul palco con la loro crew tutti i temi affrontati nell’ultimo capolavoro, quali ad esempio i ruoli sessuali, le differenze sociali (di reddito, di genere, di qualsiasi tipo), la segregazione, ecc.

Mai avremmo però immaginato qualcosa del genere.

Volendo essere riduttivi al massimo potremmo riassumere tutta l’esperienza con una sola frase: i Knife non hanno suonato dal vivo, ma per un’ora e mezza c’è stata gente che ballava e faceva cose strane sul palco. Fondamentalmente si è trattato di questo.

Un qualunque occhio più attento si sarà però accorto che c’è stato ben di più…
Lo show che i Knife portano in giro per l’Europa, in tour già del tutto sold out, è una performance concettuale, che sradica sin dalla fondamenta le normali aspettative che ognuno di noi può avere su un concerto ed elude ogni nozione precedente su come si deve svolgere un live.
Dopo l’energico e sfincante maestro di DEEP Aerobics (Death Electro Emo Protest Aerobics) i Knife compaiono sul palco ancora mascherati, come in tutte le precedenti apparizioni. “A Cherry on Top” dal vivo acquisisce un corpo fisico e ammalia: l’atmosfera in pieno stile del duo elettronico è palpabile e la soddisfazione è immensa. Sempre mascherati e dal vivo, in segno di continuità con il passato, eseguono “Raging Lung” (molto simile al materiale dell’era Silent Shout) e Bird, ripresa dal primo album e riarrangiata sullo stile di Shaking The Habitual. Qualcosa però si infrange qua e là. Qualcosa pare non essere suonato dal vivo. Certe volte la band finge di suonare. La rottura definitiva è in arrivo.

Il pezzo successivo è infatti “Without You My Life Would Be Boring”, che contiene il verso che dà il titolo all’album (“Shaking the habitual, relate it to time“) e quindi proprio per scuotere e movimentare (diversificare) le abitudini i Knife si scoprono e smettono di suonare.
Nessuno canta o suona, eppure la musica è palesemente una registrazione di un live. Sul palco la “band” balla e interpreta in altri modi i pezzi. 

Del resto, se ci pensiamo, sia in italiano che in inglese quando parliamo di un concerto usiamo termini come “performance” o “interpretazione”: i Knife fanno un uso radicale dell’interpretazione e ripropongono dal vivo i loro pezzi utilizzando altri mezzi, tra i quali principalmente il corpo.

In “One Hit” ad esempio il gruppo balla e si muove imitando i versi della canzone. “Networking” svuota il palco, lasciando lo spazio solo alle luci coloratissime e compulsive della rete. Più si va avanti nell’esperienza ideata per questo folle progetto e più i pezzi si scompongono, lasciando terreno ad un’azione sempre più concettuale. Sul tema ad esempio dello scambio dei ruoli lavorano in “Got 2 Let U” in cui una del gruppo “canta” con la voce di Karin (ovviamente pre-registrata) alternandosi ad un ragazzo su uno schermo che anch’esso canta con la stessa voce. La follia più totale regna in “Stay Out Here” dove due membri del gruppo (che non sono Karin e Olof Drijer), fanno finta di suonare e cantare mentre tutti gli altri (Karin e Olof compresi) danno le spalle al pubblico e ballano davanti al finto duo: il pubblico è escluso, è fuori. Il concerto si ri-piega su se stesso. E di nuovo ecco l’inversione dei ruoli e la segregazione. 

Nel caos più totale, il concerto è stato scomposto al massimo e non resta più nulla da fare: durante “Full of Fire” la band è ferma in un angolo del palco. Ferma. Soltanto verso metà del pezzo iniziano a muoversi scompostamente, con ognuno di loro impegnato ad imitare un suono diverso.
“Silent Shout” infine chiude il cerchio, facendo ripiombare la band in un’oscurità coloratissima. Karin accenna i versi del pezzo ma è sommersa dal nuovo arrangiamento mentre il pubblico è totalmente estasiato dai colori caleidoscopici. 
Se questa era la spiegazione (parziale) della componente concettuale, ci sono comunque delle questioni più pratiche che è bene rendere note: la maggior parte del cantato e del suonato era pre-registrato, ma comunque sembrava essere registrato da una presa diretta, come se si fosse svolto un live precedente e ne ascoltiamo una registrazione accompagnata e arricchita dallo spettacolo. C’è stato quindi un lavoro sulla componente live in senso stretto e a prova di questo ci sono i pezzi dell’ultimo disco già proposti in maniera diversa rispetto alla versione studio (come ad esempio “Ready To Lose”).

Appurata anche questa questione bisogna ora valutare un ultimo fattore, il più importante: è stato un bel concerto o no? La questione è complicata perché i Knife dal vivo nei precedenti tour hanno creato un vero e proprio mito di una band che riesce a riproporre dal vivo perfettamente, come pochi altri al mondo, i propri brani elettronici. Chi vi scrive ha avuto la fortuna di vedere anche Fever Ray ed è stato un concerto, da un punto di vista strettamente tecnico, semplicemente perfetto. L’attesa quindi per una riproposizione dal vivo dei brani di Shaking The Habitual era altissima. Quel che si è svolto invece è stato diverso, molto diverso. Volendo comprensibile e coerente col progetto, ma del tutto folle. Perché comunque, terminata la dissezione dello spettacolo, la domanda è una sola: se avessi saputo che sarebbe stato così, ci sarei andato? Forse Sì, forse no. Forse proprio l’arrivare a questo interrogativo era l’obiettivo dei Knife. 

Una cosa è certa comunque: le abitudini e le aspettative sono state rase al suolo e noi non resta che decidere se salire sul coloratissimo carrozzone del rinnovamento o rimanere delusi e immobili.

Una replica a “Live Report: The Knife @ Alcatraz, Milano 29/04/13”

  1. […] The Knife – Live a Milano (29/04/13): questa è uno dei post di cui vado più fiero, mi chiesero persino di tradurlo in inglese. […]

    "Mi piace"

Scrivi una risposta a Lo sperma di Brian Molko e i miei post del 2008 – Ghostefano Cancella risposta