![]() |
| Galleria foto |
![]() |
| English version |
Il percorso intrapreso con Shaking The Habitual non si ferma al disco in studio, ma si traduce anche in un rinnovamento e cambiamento della componente live. I due fratelli svedesi portano quindi sul palco con la loro crew tutti i temi affrontati nell’ultimo capolavoro, quali ad esempio i ruoli sessuali, le differenze sociali (di reddito, di genere, di qualsiasi tipo), la segregazione, ecc.
Volendo essere riduttivi al massimo potremmo riassumere tutta l’esperienza con una sola frase: i Knife non hanno suonato dal vivo, ma per un’ora e mezza c’è stata gente che ballava e faceva cose strane sul palco. Fondamentalmente si è trattato di questo.
Il pezzo successivo è infatti “Without You My Life Would Be Boring”, che contiene il verso che dà il titolo all’album (“Shaking the habitual, relate it to time“) e quindi proprio per scuotere e movimentare (diversificare) le abitudini i Knife si scoprono e smettono di suonare.
Nessuno canta o suona, eppure la musica è palesemente una registrazione di un live. Sul palco la “band” balla e interpreta in altri modi i pezzi.
In “One Hit” ad esempio il gruppo balla e si muove imitando i versi della canzone. “Networking” svuota il palco, lasciando lo spazio solo alle luci coloratissime e compulsive della rete. Più si va avanti nell’esperienza ideata per questo folle progetto e più i pezzi si scompongono, lasciando terreno ad un’azione sempre più concettuale. Sul tema ad esempio dello scambio dei ruoli lavorano in “Got 2 Let U” in cui una del gruppo “canta” con la voce di Karin (ovviamente pre-registrata) alternandosi ad un ragazzo su uno schermo che anch’esso canta con la stessa voce. La follia più totale regna in “Stay Out Here” dove due membri del gruppo (che non sono Karin e Olof Drijer), fanno finta di suonare e cantare mentre tutti gli altri (Karin e Olof compresi) danno le spalle al pubblico e ballano davanti al finto duo: il pubblico è escluso, è fuori. Il concerto si ri-piega su se stesso. E di nuovo ecco l’inversione dei ruoli e la segregazione.
Appurata anche questa questione bisogna ora valutare un ultimo fattore, il più importante: è stato un bel concerto o no? La questione è complicata perché i Knife dal vivo nei precedenti tour hanno creato un vero e proprio mito di una band che riesce a riproporre dal vivo perfettamente, come pochi altri al mondo, i propri brani elettronici. Chi vi scrive ha avuto la fortuna di vedere anche Fever Ray ed è stato un concerto, da un punto di vista strettamente tecnico, semplicemente perfetto. L’attesa quindi per una riproposizione dal vivo dei brani di Shaking The Habitual era altissima. Quel che si è svolto invece è stato diverso, molto diverso. Volendo comprensibile e coerente col progetto, ma del tutto folle. Perché comunque, terminata la dissezione dello spettacolo, la domanda è una sola: se avessi saputo che sarebbe stato così, ci sarei andato? Forse Sì, forse no. Forse proprio l’arrivare a questo interrogativo era l’obiettivo dei Knife.






Scrivi una risposta a Lo sperma di Brian Molko e i miei post del 2008 – Ghostefano Cancella risposta