Chapel Club – Good Together [Recensione + Streaming]

Pop 
Polydor
2013
L’anno scorso vi avevamo già annunciato il cambiamento dei Chapel Club, che hanno deciso di mandare alle ortiche la loro nascente carriera di rocker (con l’ottimo shoegaze/pop di Palace) per lanciarsi in un pop sintetico ben strutturato, ma forse privo di mordente. 
Ora la band ha messo in streaming l’intero disco, in cui compaiono anche i quattro pezzi che già conosciamo da molti mesi, su un totale di dieci che compongono l’atteso sophomore.
Il materiale nuovo, che quindi è abbastanza ristretto, conferma quella sensazione: probabilmente i Chapel Club sarebbero capaci di fare anche un valido album metal considerando quanto è, per certi versi, riuscito questo Good Together, ma resta l’amaro in bocca per non avere in mano un vero seguito di quel Palace che anche dal vivo ci aveva convinto. 
Se poi davvero questo disco risulta più sincero e meno impostato rispetto al precedente (che in effetti forse calava i componenti della band in una posa forzata un po’ dark, un po’ indie) questo lo possiamo venire a sapere solo dai loro comunicati stampa, perché il disco in sé non sembra distinguersi da molte altre produzioni che infestano il genere: è improbabile che ascoltando pezzi come “Wordy” si possa pensare che queste fosse le reali intenzioni dei Chapel Club sin da quando si sono formati. E se è così c’è davvero qualcosa di sbagliato nell’intero progetto. 
Non è quindi un caso che tra i pezzi più riusciti ci sia “Scared” che ci ricorda uno a caso dei tanti singoli del primo disco. Tra i pezzi della svolta invece si distingue la house della title track, pur nella sua estenuante lunghezza e gli altri pezzi dell’anno scorso. Nelle novità non troviamo buoni frutti: “Fruit Machine” è il classico esempio di immancabile synth pop estivo a metà tra i padri Depeche Mode e una qualsiasi Kylie Minogue. Dovrebbero poi incriminare la band per aver permesso che la bellissima voce del cantante venisse utilizzata così impietosamente in “Shy” (che è pure un singolo!) con un “rap” alternato a falsetto. 
Il quadro sembra disastroso, ma forse la mano è pesante perché influisce immensamente il fattore delusione. Di per sé il disco è valido e riesce ad adempiere al suo scopo: è un album pop, leggero ed estivo. 
Peccato nessuno glielo abbia chiesto.

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