Kanye West – Yeezus [Recensione]

Hip hop
Roc-A-Fella, Def Jam
2013
Streaming

In un periodo in cui un album, sopratutto se importante come questo, viene preceduto da imponenti campagne di marketing più o meno aggressive, è un caso più unico che raro quello che riguarda Yeezus, il nuovo album di Kanye West. Nessun singolo, nessun video, nessuna anticipazione. Persino nessuna conferma ufficiale sulla tracklist e gli immancabili ospiti. Solo una cover, che una cover non è, e miliardi di voci di corridoio. Un’apparizione al SNL e delle proiezioni sparse per il mondo sono state le uniche occasioni per sentire del materiale nuovo: il mistero più totale ha quindi avvolto il sesto album da solista di Kanye West, che arriva dopo un capolavoro assoluto come My Beautiful Twisted Dark Fantasy e una collaborazione proficua con Jay-Z, che ha dato il suo frutto nel discreto Watch The Throne
Prima di passare in rassegna i nomi degli ospiti, dei produttori e il risultato del loro apporto è bene specificare quello che è evidentemente il concept dell’album. Siamo esattamente agli antipodi del sopracitato My Beautiful Twisted Dark Fantasy: Se l’album del 2010 era estremamente ricco, colorato, complesso, denso di rimandi a qualsiasi cosa, iper prodotto e curatissimo, questo Yeezus è il suo negativo.  Si tratta infatti di un album dalle tinte molto scure, dalle sonorità granitiche e dure che non lasciano quasi spazio all’orecchiabilità che ci si aspetterebbe da una macchina macina-soldi come Mr. West. Inoltre è evidente il breve periodo di elaborazione del disco che ha dato i natali ad una gemma grezza di contemporaneità black. 
L’effetto ottenuto, che sia casuale o meno (difficile che lo sia, in effetti), è molto efficace e restituisce l’immagine di artista con una vena creativa che pare inestinguibile. 
Era data per certa la collaborazione dei Daft Punk, ma non era ben chiaro in che misura. Ebbene, il duo è responsabile della produzione di ben quattro pezzi che sono, ovviamente, anche i migliori. 
L’iniziale “On Sight”, completamente elettronica e corrosiva (su cui si incastonano interpolazioni di “He’ll Give Us What We Really Need”), ci mostra cosa possono ancora fare i Daft Punk quando non sono impegnati a fare i dotti, mentre Kanye rappa da Dio e il gioco è fatto. 
Sempre il duo francese è responsabile del capolavoro del disco, la violentissima “Black Skinhead”, per la quale campionano “The Beautiful People” del reverendo Manson, riducendola alla sola batteria elettronica sulla quale si scatena un Kanye West più impulsivo che mai (e al quale si potrebbe quindi quasi perdonare di aver scambiato gli avversari dei 300 delle Termopili con i romani…). 
Il delirio di onnipotenza ormai comunque è totale e “I Am a God”, in featuring con Dio stesso, ne è la prova: se si vuole osare tanto però bisogna essere in grado di reggere il peso di questa provocazione e la produzione sobria ed efficace dei Daft Punk glielo permette, mentre lui ne approfitta per urlare come solo un credente che ha perso la fede può fare (ricordiamo che all’inizio della sua carriera Kanye West fu accolto come una sorta di profeta dalla comunità cristiana, prima che iniziasse a parlare in maniera piuttosto esplicita di cosa passasse sopra, sotto e intorno al suo membro).
Più pesante la mano di Hudson Mohawke nella produzione di “New Slave”, ennesima invettiva contro il mondo oppressivo che tanto lo importuna. Il pezzo è quello che forse riassume meglio l’estetica scarna e dark dell’album. Trascurabile invece l’apporto finale al pezzo di Frank Ocean.
Altro apice del disco è la collaborazione con Justin Vernon in “Hold My Liquor”, questa volta molto più marcata rispetto all’album precedente. Scontata la presenza dei TNGHT, dopo tutto l’hype che c’è stato intorno a loro, meno scontato forse invece il risultato della collaborazione, un po’ tamarro, ma con una buona dose di epicità: auto-tune a manetta e la ripresa di “R U Ready” dello stesso duo elettronico. 
Le assordanti distorsioni, quasi delle sirene, su cui si sente anche la mano dei Daft Punk, fanno di “Send It Up” un bel trip, mentre un hip hop completamente minimale e ridotto al solo campionamento chiudono questo breve, ma intenso, disco con “Bound 2”.
Dopo i barocchismi di My Beautiful Twisted Dark Fantasy, Kanye West riduce al minimo tutto il riducibile (copertina del disco compresa), andando a scoprire la natura più profonda del suo genio, anche se le liriche si fanno spesso meno personali e quindi più sociali (centrali a tal proposito “New Slaves” e la collegata “Blood On The Leaves”).
Ci va un bel coraggio per prendere quello che è considerato uno degli album migliori degli ultimi anni e decidere di fare esattamente l’opposto per il suo successore, eppure Kanye West è capace di rinnovarsi ad ogni uscita e questo Yeezus ne è l’ennesima conferma. Scordatevi quindi pezzi come “All of the Lights”, in cui sono più lunghi i crediti del testo e addentriamoci nuovamente nella fantasia di Kanye West, sempre più oscura, malata e bella. 

Una replica a “Kanye West – Yeezus [Recensione]”

  1. […] Kanye West – Yeezus, dove ero ancora innamorato di Kanye e giustificavo qualsiasi cosa. Penso ancora sia un gran bell’album, ma non riesco più ad ascoltare ‘sto matto. Cancel culture? Non lo so, ma non ce la posso fare. […]

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