Industrial pop
Columbia
2013
Streaming
Live Report di Milano
Nonostante Trent Reznor ci abbia ormai abituato ad almeno un’uscita annuale, tra colonne sonore e progetti paralleli, è ufficialmente da cinque anni che non esce un album dei Nine Inch Nails: ciò fa sì che si crei un hype mostruoso, elevato all’ennesima potenza da collaborazioni prestigiose, non solo dal punto di vista musicale, ma anche artistico. Affidare gli artwork a Russell Mills significa stuzzicare la memoria dei fan che rivedono nelle sue opere quanto prodotto per il capolavoro massimo, The Downward Spiral. Se poi il video del primo singolo lo dirige David Lynch il gioco è fatto.
Uno degli aspetti più importanti che questo Hesitation Marks condivide con l’illustre predecessore di quasi vent’anni fa è l’essere in tutto e per tutto un concept album, il cui unico tema è la presa di coscienza di quel che è Trent Reznor al momento: un artista affermato privo di idee, un ottimo mestierante ma niente di più.
Del resto l’inizio del disco è piuttosto esplicito: i primi versi di “Copy of A” sono “I am just a copy of a copy of a copy / Everything I say has come before”. Sullo stesso tema ronzano attorno come mosche su materiale in decomposizione tutte le altre tracce, ma non sembra sufficiente per reggente un intero album di ben 65 minuti. Il primo singolo, “Came Back Haunted”, si salva solo perché è la fotocopia di altri brani di successo quali “Wish”, “Survivalism” e “The Hand That Feeds”, ma il trip-hop di “Find My Way” è di una banalità disarmante e il testo intimo non commuove più nessuno.
Finché si resta nel “già sentito” ci si può ritenere fortunati. La situazione si aggrava quando vengono esplorati lidi inediti, di cui nessuno sentiva l’esigenza che venissero interpretati dai Nine Inch Nails: pezzi come “All Time Low” e “Satellite” sono dei maldestri tentativi di trovare una collocazione tra un’estetica sintetica e dark da una parte e un pop quasi r’n’b di tendenza dall’altra. Un esperimento fallito.
Per sottolineare che un concept accattivante non basta a reggere da solo un singolo c’è poi l’esempio fulgido di “Everything“, un pezzo che ha ucciso non pochi fan col suo pop-punk adolescenziale: Trent Reznor ha fatto di tutto, ha provato qualsiasi cosa e sostiene di essere libero e potersi permettere anche un pezzo del genere. Capito il gioco cosa resta? Un brano comunque orribile.
“Various Method of Escape” migliora la situazione almeno sul finale con la sua coda riciclata dalle varie colonne sonore (provate a cantarci sopra “Dead Souls” nella versione da Trent coverizzata), ma è solo dalla successiva “Running” che possiamo riconoscere un minimo del genio che ha da sempre contraddistinto Mr. Self Destruct, col suo tribalismo elettronico. Anche se rari, si possono contare dei momenti in cui il lato smaccatamente pop del disco riesce a trovare un equilibrio con l’estetica classica dei Nine Inch Nails ed è il caso di “I Would For You”, che diventa immediatamente uno dei migliori dell’album. L’aggressività di “In Two” risulta del tutto forzata e, come ci si aspetta dal titolo, ha come contraltare una parte più tranquilla anch’essa riciclata, in questo caso dalla title track di With Teeth.
Chiudono dignitosamente “While I’m Still Here” con un trip-hop decisamente ben declinato nel sound NIN e l’outro “Black Noise”, anche se siamo ancora molto distanti da intimismi toccanti quali “Zero Sum”, “In This Twilight”, “Beside You in Time” e “Right Where It Belongs” (senza ovviamente scomodare “Hurt”).
Mancano le idee (un concept del genere non è assolutamente in grado di reggere un album di 14 pezzi), mancano i pezzi, manca quella sensazione tipica che si ha ascoltando i Nine Inch Nails di incapacità di classificare precisamente un pezzo in un genere, manca persino quella cura maniacale che ha contraddistinto tutte le uscite a marchio Reznor dall’89 ad oggi (almeno nella “loud version” del disco, tutto un altro discorso per la “audiophile version” che è decisamente diversa e molto migliore). Sa tutto immensamente di già sentito e non basta mettere le mani avanti per farselo piacere.
Hesitation Marks è la prova più evidente, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che il ruolo che si addice meglio al Reznor del giorno d’oggi è quello di produttore di altri artisti o di colonne sonore dove, grazie all’immensa competenza acquisita, non ha rivali. In alternativa ha ancora un senso come mestierante dei tour, dove rimane uno dei migliori in circolazione. Se vuole davvero continuare a fare dischi nuovi sarebbe il caso che si prendesse una pausa. Una vera, questa volta.


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