The Weeknd – Kiss Land

Hip-hop / R&B
XO – Republic Records
2013

Mentre Kendrick Lamar lancia il guanto di sfida all’intero showbiz per alzare il livello qualitativo del rap mondiale, The Weeknd sembra essere del tutto disinteressato e prosegue per la sua strada che, nelle intenzioni, lo porterà verso il successo. Del resto il suo hip-hop ha ben poco a che fare con la scena rap, se non fosse per l’amicizia con l’amico mentore Drake, che in questo Kiss Land collabora per uno dei pezzi migliori, “Live For”,  degna rappresentate di quel genere di pezzi che The Weeknd ci ha fatto amare, così tesi tra R&B e atmosfere post-dub.
Dopo l’immensa prova di Trilogy che raccoglie tre album (House of Balloon, Thursday, Echoes of Silence) pubblicati nel giro di solo un anno, The Weeknd pubblica dopo meno di 12 mesi un altro disco senza però abbassare la qualità, dando un’incredibile segno di iperproduttività. Certo, non siamo a livelli del primo folgorante esordio, ma del resto neanche i due capitoli successivi lo erano.  
Lo sguardo è ancora proteso verso l’Europa con quei campionamenti di Emika (in “Professional”) e dei Portishead (in “Belong To The World”, anche se la controversia è ancora aperta), cosicché l’identità ibrida del suo genere può considerarsi intatta. 
La voce di Abel Tesfaye dribbla senza esitazione tra l’apertura post-dub di “Professional”, il suadente r&b di “The Town” col suo falsetto che ci ricorda sempre più il defunto Michael Jackson, quei synth così anni 80 in “Love In The Sky”, il pop di “Wonderlust”, l’epicità della title-track divisa in due sezioni come i migliori pezzi dell’esordio, sino alla conclusiva “Tears In The Rain”. 
Niente di nuovo quindi e forse niente di memorabile. E’ persino difficile intuire se le (poche) concessioni ad un pubblico più ampio gli garantiranno il successo cui sembra agognare, ma è indubbio che nel ragazzo c’è un talento e non si tratta di una stella destinata ad esaurirsi in breve tempo. Un consiglio per il prossimo passo? Cambiare il soggetto centrale dei testi: ok che tira più un pelo pubico che un carro di buoi, ma a forza di parlarne dopo ci si stanca, no? 

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