Sofia Coppola
Drammatico
2013
Tra il 2008 e il 2009 un gruppo di adolescenti americani sfruttò in proprio favore la stupidità delle celebrità californiane per introdursi nelle loro abitazioni e portare a termine furti dal valore complessivo di tre milioni di dollari. La stampa americana rinominò la banda come Bling Ring e da subito la vicenda richiamò l’attenzione della televisione e del cinema: dopo le produzioni televisive di scarsa qualità di Bling Ring, film tv per Lifetime, e la puntata Hollywood, del serial Law & Order: LA, la regista premio oscar Sofia Coppola porta sul grande schermo in modo magistrale l’episodio di cronaca tornando a raccontare ancora una volta l’inquietezza dell’adolescenza.
I fatti di per se risultano surreali: da una parte celebrità che lasciano le loro case (piene di tesori), indifese, senza antifurto, riponendo tranquillamente la chiave sotto lo zerbino, dall’altra adolescenti che dopo aver fatto “shopping” nelle case dei divi se ne vantano pubblicamente sui social network.
Una situazione doppiamente inquietante che in un certo senso ci porta a farsi delle domande sul rapporto sempre più disturbato che si è instaurato tra pubblico e celebrità.
Sofia Coppola ritorna a raccontare gli adolescenti seguendo per la prima volta nella sua carriera un punto di vista maschile, Marc Hall (una versione romanzata del Nick Prugo della banda). Non c’è più l’innocenza tormentata de Il giardino delle vergini suicide e Marie Antoinette, questa volta i protagonisti sono cinici, apparentemente insensibili, non riescono ad instaurare legami tra loro, restano uniti solo per portare al compimento i loro scopi; rubare, non per necessità (in quanto tutti proveniente da classi sociali medio-alte) ma per avvicinarsi al mondo dei divi, diventarne parte e vivere come loro.
La Coppola non criminalizza i protagonisti e non impone un preciso giudizio morale, ma lascia giustamente che lo spettatore possa crearsi il suo parere da solo, rischiando anche di risultare a tratti fredda.
Dopo la lentezza di Somewhere la regista torna a dosare sapientemente il ritmo, trovando un equilibrio tra le sequenze lente di vita quotidiana e quelle più frenetiche legate al lusso, solitamente montate su brani pop di tutto rispetto (Sleigh Bells, Azealia Banks, M.I.A., Kanye West, Phoenix).
La fotografia curata da inizialmente da Harris Savides, morto prima del termine delle riprese (a lui è dedicato il film), poi da Christopher Blauvelt è uno dei punti di forza del film, punta su toni chiari tendenti al rosa, quasi infantili, con ambienti molto luminosi ad eccezione per le sequenze dei furti, più cupe a metà tra un documentario e un film di Gus Van Sant.
Il cast di giovani star, in parte sconosciute, se la cava discretamente: sapientemente inquietante Katie Chang, abbastanza naturale Israel Broussard e persino Emma Watson, dopo le penose interpretazioni di Marilyn e Noi siamo infinito, riesce ad essere accettabile, grazie anche al ruolo che non deve averle richiesto troppi sforzi: una ragazzina privilegiata, ossessionata dal successo e disposta a (s)vestire panni succinti pur di ottenere una parte in qualche film. Molto intelligente la scelta della Coppola di sfruttare la fama dell’attrice per poi relegarla ad un personaggio secondario impedendole così di fare troppi danni.
Con Bling Ring, Sofia Coppola dirige un film capace di indagare le generazioni digitali, utilizzando sapientemente il mezzo dei social modo quanto mai distante dal lavoro (meno imparziale) di Fincher in The Social Network, e la cultura del bling-bling (in modo opposto ma altrettanto riuscito dello Spring Breakers di Korine).


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