Sono una persona semplice: di Luca Guadagnino non mi interesso molto (non ho apprezzato Call me by you name e Suspiria non sono riuscito neanche a finirlo), ma se c’è di mezzo Trent Reznor corro al cinema. Se poi c’è Timothée Chalamet sullo schermo mi sento sicuramente incentivato. E quindi come dicevo sono corso al cinema e l’ho fatto (come sempre più spesso mi accade) senza neanche aver visto il trailer: una strana abitudine che ho preso recentemente per vari motivi. Innanzitutto perché ormai non ho più la curiosità di sbirciare all’interno di un’esperienza che ho intenzione di vivere: sono i nomi alle spalle di un progetto ad interessarmi ed eventualmente attrarmi, non due minuti che mi sembrano sempre più tagliuzzati a caso. In secondo luogo potrebbe essere anche colpa dei film Marvel e della cultura dello spoiler che mi hanno allontanato dalla visione dei trailer su YouTube per arrivare al cinema il più possibile vergine.
Bones and All è uno di quei film che, con o senza la visione del trailer prima dell’ingresso in sala, ti prende a pugni pochi minuti dopo che si è seduti sulla poltrona, ma sicuramente senza aver visto il trailer è ancora più potente. Mai e poi mai mi sarei aspettato di ritrovarmi davanti ad una storia così feroce, con i due protagonisti (Timothée Chalamet e Tylor Russel) impegnati in un lunghissimo viaggio on the road alla ricerca di un’identità e di un posto in cui poter stare. Come spesso accade nelle storie di formazione, il viaggio in auto è solo uno specchio del viaggio interiore che intraprendono i protagonisti e ogni luogo e personaggio che incontrano è un nuovo aspetto di loro stessi che scoprono. Molto interessante è il modo in cui la scoperta in questo caso passi anche attraverso gli occhi dell’altro: sia il personaggio di Timothée che quello di Tylor sono sempre stati estremamente soli e quindi anche la sola interazione tra di loro tira fuori nuovi aspetti della personalità che non conoscevano.
Bones and All è quindi un mettersi a nudo costante fino all’osso, un confrontarsi con la propria natura, i propri limiti e i confini della propria misura morale alla ricerca disperata di un’identità ancora prima di un posto in cui stare, con l’illusoria speranza che ci debba necessariamente essere un posto specifico riservato per ognuno di noi. È un film coraggioso che parla di dipendenze, di come si affronta il post (o il cosidetto “down”) delle droghe, del fardello che ognuno di noi porta in relazione ai propri genitori e di come si può per l’appunto costruire (o scoprire) un’identità personale alla luce di tutti quei pezzi che emergono lungo quello strano processo che prende il nome di adolescenza.
Rimango ancora incerto su un punto fondamentale: la ferocia della storia e degli eventi è accentuata dalla delicatezza dello stile di Guadagnino o è attenuata da quell’intima carezza che è la mano del più apprezzato regista italiano ad Hollywood? Difficile per me al momento dare una risposta netta, ma forse ci può venire in aiuto proprio la colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross a cui ho accennato all’inizio: si tratta, tra le tante composte dal duo, della colonna sonora più intima e (per l’appunto) delicata composta di recente, ancora di più di quella di Soul per la Pixar. I 24 brani sono carichi di suoni lunghissimi e aperti, proprio come gli spazi immensi di un’America sul confine del degrado visitati dai due ragazzi, un degrado che poi spesso sfocia in una violenza che sembra quasi Trent e Atticus non vedano l’ora di esaltare con i suoni più disturbanti sempre pronti nel loro catalogo e che trovano un po’ di pace solo nel bellissimo brano piano e voce che accompagna la sequenza finale.
Ve lo lascio qua, così dopo aver visto il film potete tornare sul post, piangere un po’ e scrivermi per farmi sapere se a voi questo Bones and All è piaciuto o meno. A me sì.

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